Al via il Piano strategico nazionale per lo sviluppo del settore biologico

Obiettivi, strategie, azioni, incluso il biodinamico. Ricerca, innovazione, assistenza tecnica e formazione i nodi cruciali a cui si cerca di dare risposte. L’incognita delle risorse economiche che verranno messe a disposizione dal Mipaaf. Frutticoltura in primo piano.


Piano

Si discute molto, nei convegni e attraverso i mezzi di comunicazione, su come realizzare l’eco-sostenibilità della nostra agricoltura; la frutticoltura appare per qualcuno, e troppo spesso, sul banco degli imputati.
Nonostante l’affermazione su larga scala dei principi della produzione integrata – uno degli innegabili meriti del sistema produttivo italiano degli ultimi anni – la proiezione politica verso il futuro tiene in massima considerazione le aspettative della produzione biologica, che interessa circa il 2-3% del totale ortofrutticolo, mentre quella agricola complessiva raggiungerebbe il 10-11% della SAU nazionale. Vi sono però limiti oggettivi alla diffusione del biologico, perché oltre alla rispondenza ecologica dei disciplinari, infatti, deve essere fatta salva anche la compatibilità economica con i mercati e quindi la redditività delle aziende produttrici. Quest’ultima, salvo il reddito dalla crescente viticoltura biologica, appare piuttosto insoddisfacente a causa, come noto, delle minori rese produttive ettariali e dell’aumento dei costi di coltivazione, il che, peraltro, contrasta con il buon andamento dei consumi dei prodotti biologici.
È stato perciò accolto con interesse l’avvio, in fase operativa, del “Piano strategico nazionale per lo sviluppo del sistema biologico”; questo corposo documento ministeriale (una trentina di pagine, compresi allegati) da poco apparso in rete sul sito del Mipaaf, ci induce ad alcune riflessioni sulla sua impostazione, sull’analisi del contesto e soprattutto su obiettivi, strategie ed azioni da svolgere.
Lunga incubazione e molta attesa
Intanto, il sistema della produzione biologica include anche l’agricoltura biodinamica, sebbene successivamente non se ne faccia mai alcun cenno. Le analisi del contesto produttivo attuale, infatti, riportano sempre dati statistici ufficiali (Ismea, AssoBio, Nomisma) riferiti a superfici coltivate, produzioni, consumi, import-export del solo biologico. Non vi sono indicazioni sul biodinamico, la cui entità perciò rimane indefinita o perché trascurabile o perché non rilevata.
Il documento, in generale, è sintetico e ben fatto e dimostra come negli ultimi anni vi sia stata una consapevole presa di coscienza, a livello politico e anche agli occhi del grande pubblico, dell’importanza del biologico. A cui corrisponde una crescita annuale ad ogni livello (non si fa menzione però alle superfici frutticole) del 10% e oltre per le superfici e del 5,8% in termini di numero di operatori, corrispondenti, nel 2014, a 388.000 ha e 55.400 coltivatori. Vi è poi la prospettiva di aumentare ancora le superfici, in cinque anni, del 50% e di raggiungere un fatturato complessivo di 5 miliardi di euro (al 2020) rispetto ai 3,9 attuali.
Il Piano, però, esamina giustamente anche le criticità e fragilità del sistema, nei vari contesti del biologico (economico, sociale, ambientale e politico-istituzionale), individuate in una serie di fatti che rallentano l’efficienza del sistema produttivo e che sono:
• in molti casi le gestioni aziendali propendono verso forme di integrazione e diversificazione dei redditi, fra cui l’agriturismo e l’agricoltura sociale, per cui il biologico deve trovare un suo proprio assetto e una specificità d’impresa. Occorre anche evitare il ripetersi, negli, anni di frodi commerciali, specie nel mercato internazionale; frodi, ovviamente, che devono essere prevenute da sistemi di controllo efficienti. Il sistema sanzionatorio risulta però diverso da Regione a Regione. Il tutto, in ogni caso, si svolge con molti intralci burocratici. Diventa così ostica la conversione d’indirizzo colturale delle aziende verso il biologico;
• permane una certa difficoltà di accesso ai mercati dei prodotti biologici, tanto che oltre il 50% dei produttori non richiede la certificazione (che peraltro apporterebbe un costo aggiuntivo);
• permangono difficoltà a reperire mezzi tecnici e innovazioni (specialmente nella difesa sanitaria) che consentano il raggiungimento di standard produttivi e qualitativi compatibili con le richieste del mercato;
• non è sufficientemente valorizzato il ruolo strategico dell’agricoltura biologica, anche per un possibile adattamento ai cambiamenti climatici. Debole è anche il legame tra produzione integrata e biologica (risultano, queste, separate anche sui mercati);
• è insufficiente l’assistenza tecnica e inadeguata la formazione professionale, anche a livello universitario, specie per la difesa sanitaria, carente in molti campi per mancanza di mezzi protettivi efficienti, oltre che di conoscenze specifiche.
Ciò premesso, è evidente come il Piano si sia proposto vari obiettivi strategici per rimuovere ostacoli e favorire uno sviluppo funzionale del biologico. Quattro sono gli elementi considerati: politici, in primo luogo, semplificazione di tutta la filiera sul piano burocratico, controlli e vigilanza, innovazione e ricerca.
Ricerca e innovazione
Per raggiungere questi obiettivi sono state proposte dieci azioni che, specie nella fase iniziale, dovranno passare dai Piani di sviluppo rurale già avviati in tutte le Regioni (es. Misura 11 in Emilia-Romagna). Non entro nel merito di varie importanti azioni, come le politiche di filiera, il biologico “made in Italy”, le normative sulla produzione, l’informatizzazione dei controlli, per concentrarmi invece sulla decima Azione: “Piano per la ricerca e l’innovazione in agricoltura biologica”. Qui (nell’operazione 10.2 si indica anche l’agricoltura biodinamica) è prevista la costituzione di un Comitato di coordinamento “con gli enti vigilati dal Mipaaf e il coinvolgimento delle Regioni e delle rappresentanze del settore”.
Compito molto difficile questo per le quasi insormontabili difficoltà operative che sorgeranno. Leggo, infatti, nel “documento allegato” che dovendo il Piano indicare le tematiche prioritarie di ricerca e innovazione, viene messa avanti una serie di problematiche ricapitolate in una decina di punti, quali ad es.: rafforzamento delle filiere produttive, miglioramento genetico delle specie frutticole, nuovi sistemi colturali, adeguamento dei modelli di trasformazione e commercializzazione, riduzione dell’uso degli input extra-aziendali (cioè mezzi energetici e servizi, farmaci e fertilizzanti, ecc.), rafforzamento istituzionale (per potenziare tutti quelli che sono gli interventi pubblici, come il “tavolo permanente di consultazione”, già esistente), il sistema informativo nazionale di agricoltura biologica (SINAB), il coordinamento centrale delle ricerche affidate al CREA (branca del Ministero).
Infine, nell’ambito dei partenariati europei per l’innovazione (PEI) è prevista l’attivazione di Gruppi Operativi trans-regionali e trans-nazionali per favorire scambi di esperienze tra operatori, partendo dagli attuali “biodistretti”, corrispondenti alle aree “bio-vocate”. Quest’ultimo punto ha una scansione temporale piuttosto lunga (vedi il Programma Quadro europeo Horizon 2014 – 2020). Sarà dunque molto laboriosa la scelta dei temi prioritari.
Non si può criticare l’enunciazione di questa serie di possibili interventi, se non che sono comuni, salvo l’ultimo punto, a tutta l’agricoltura italiana. Ciò che manca, per poter capire e prevedere come si svilupperà il Piano è, infatti, con quali criteri verranno stabilite le priorità (forse, come sempre, si dovrà prima conoscere quante risorse il Ministero metterà a disposizione).
Un altro forte timore che suscita questa serie di azioni, e in particolare la n° 10 sulla ricerca, è che a livello applicativo si creerà un dualismo, negli indirizzi di ricerca, fra produzione biologica e produzione integrata, nel senso che la stessa ricerca, pur con mezzi diversi, potrà essere realizzata con entrambi i sistemi produttivi, per cui occorrerebbe forse fare chiarezza e, ove possibile, cercare di integrare i programmi delle due linee, senza creare inutili rivalità e contrasti o dispendio di risorse. Cercheremo di capire meglio, in seguito, le modalità di applicazione.
Evitare la confusione
fra biologico e biodinamico
In questi ultimi tempi, poi, in corrispondenza di eventi successivi all’Expo di Milano, si è aggiunto un altro elemento di discussione nel dibattito, purtroppo abbastanza ideologico: l’inserimento della politica governativa in appoggio alla reale sussistenza e validità dell’agricoltura biodinamica, considerata alla stregua delle coltivazioni biologiche.
Temiamo però che le dichiarazioni del Ministro Martina in occasione di un congresso dell’Associazione Biodinamica Italiana ed anche nel suo blog personale, siano eccessive dopo che si è espresso a favore dei principi ispiratori del biodinamico, sostenibili sul piano ecologico, ed ha auspicato che “vengano organizzati corsi universitari sull’agricoltura biodinamica”. Essa viene considerata, quindi, come una branca dell’agricoltura biologica che fa uso di preparati e procedure che rimandano all’originaria filosofia del suo ideatore R. Steiner che, più di cento anni fa, sommava principi di astrologia, omeopatia e spiritualismo, traducendoli in pratiche agricole dedicate.
Questa posizione ministeriale potrebbe condizionare le scelte del Piano nazionale del biologico e generare confusione nell’opinione pubblica. Intendo perciò, in questa nota, portare un chiarimento attraverso un estratto di un comunicato ufficiale dell’UNASA (Accademie italiane di scienze applicate all’agricoltura – sono una decina) e dell’Accademia Nazionale delle Scienze di Roma, a firma del prof. A. Alpi, emerito dell’Università di Pisa, a commento delle citate dichiarazioni ministeriali: “Occorre tenere ben presente e distinguere l’agricoltura biodinamica da quella biologica; quest’ultima, l’agricoltura biologica, si è ormai affermata con una vasta gamma di prodotti e con una consistente percentuale di consumatori che li preferiscono rispetto ai tradizionali. L’agricoltura biodinamica, invece, si basa sull’uso di tecniche specifiche, così come l’agricoltura tradizionale e quella biologica? La risposta è certamente affermativa, ma per farne una valutazione attenta e precisa occorre entrare nel merito di questi mezzi tecnici. I campi coltivati necessitano di apporto di sostanze nutritive? Certamente sì, e l’agricoltura biodinamica non nega questo intervento tecnico, ma lo propone in modo assai peculiare: deve essere attuato con sostanze naturali preparate, talora, in modo singolare. Si consigliano infatti dei “preparati biodinamici” derivati dal letame, ma estremamente diluiti e usati sulle colture in concentrazioni molto ridotte; oppure si propongono derivati delle corna dei bovini, anch’esse usate, come il letame, per l’agricoltura tradizionale ma, in quantità molto limitate da potersi definire omeopatiche; a molte persone scettiche, queste pratiche sembrano improntate all’esoterismo, quindi prive di oggettive basi scientifiche. Ovviamente non può essere biodinamica una coltivazione trattata con sostanze chimiche, siano esse antiparassitari o fertilizzanti o, tanto meno, diserbanti. Se le sostanze di sintesi, ora elencate, sono evitate frequentemente anche dalla coltivazione biologica, nella biodinamica la loro assenza deve essere totale, in quanto “contrarie alla vita”.
Prosegue il commento delle Accademie: “non sorprende che il metodo di coltivazione biodinamico si sia ispirato ad un filosofo, Rudolf Steiner, vissuto in Austria tra la seconda metà dell’’800 e i primi del ‘900. Uno degli obiettivi della biodinamica è quella di aumentare l’humus nel terreno con il “cornoletame”, ottenuto riempiendo le corna dei bovini, opportunamente svuotati, col letame degli stessi animali, successivamente tenuti sotterrati per alcuni mesi. Al concetto di “energia vitale” si associa quello di “forza cosmica” che prevede il rispetto delle fasi lunari, principi non ignoti agli agricoltori, ma non validati da adeguata esperienza sperimentale generalizzabile”.
“L’agricoltura biodinamica è stata comunque sottoposta a confronti sperimentali, soprattutto per verificare la “genuinità” delle produzioni ottenute, ma, in complesso, le tecniche biodinamiche non risultano più adeguate delle tecniche agronomiche tradizionali o di quelle biotecnologiche ai fini dell’ottenimento di prodotti sani e di qualità. Alcune motivazioni degli agricoltori “biodinamici” possono essere relegate tra le idee personali circa la concezione del mondo e della vita; si possono non condividere, ma sono rispettabili. Ciò che mi sento di respingere sono le tecniche proposte, certamente non basate su criteri scientifici e lontane dal rappresentare una alternativa al modo di conduzione dei campi e degli allevamenti richiesti da una società planetaria sempre più in necessità di cibo sano e quantitativamente sufficiente”.


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