Albicocco: un’altra annata all’insegna dell’incertezza produttiva

Una conseguenza dell’inverno mite


albicocco

La coltivazione dell’albicocco nel Metapontino ha avuto nell’ultimo decennio un andamento che per la prima parte è stato positivo, con superfici in forte aumento; successivamente ha avuto un decremento riconducibile soprattutto a problemi fitosanitari, insuccessi varietali e alle mutate condizioni climatiche. L’interesse e la diffusione di questa specie l’ha sdoganata da “drupacea minore” a drupacea di forte interesse commerciale. Difatti il consumatore ha apprezzato in maniera considerevole le nuove tipologie di frutto molto sovraccolorato e di buon sapore. Per soddisfare tali richieste è stato necessario introdurre varietà che, oltre a presentare tali caratteri, selezionate in ambienti nazionali e stranieri, consentissero un ampliamento del calendario di raccolta.
È a tutti nota la scarsa adattabilità ambientale di questa specie che anche nello stesso areale manifesta comportamenti differenti, derivati da caratteri varietali biofisiologici non sempre noti, che nello specifico possono essere ricondotti all’auto-incompatibilità; al fabbisogno in freddo;ai caratteri pomologici correlati alle tecniche colturali; all’habitus vegetativo e alle tecniche di gestione della pianta.
Se le temperature nel periodo autunno-vernino sono abbastanza miti condizionano negativamente il comportamento di questa specie; analizzando quindi gli aspetti climatici, come si evince dalla tabella 1, si deduce che il clima degli ultimi anni ha subito, soprattutto nell’accumulo delle ore di freddo, un mutamento tale da influenzare negativamente il comportamento delle varietà di albicocco.
È evidente il forte deficit in termini di ore di freddo soddisfatte nel 2015/16, che varia rispetto alla media del periodo 2004/16 e alle diverse stazioni climatiche considerate da un massimo del 37 ad un minimo del 7%. Questo, oltre a confermare i mutamenti climatici, ribadisce come la situazione varia moltissimo rispetto alla diverse aree monitorate; in pratica si delinea una serie di microaree climatiche che vanno “gestite” anche con l’introduzione mirata di diverse cultivar.
La situazione produttiva del 2016
Dalla tabella 2, dove è riportata una stima dei danni (espressa come mancata produzione) subiti dalle diverse varietà, si evince che quelle solitamente più penalizzate sono le auto-incompatibili; caso a parte rimane Kioto, che anche se auto-compatibile, dato il suo elevato fabbisogno in freddo è stata la cultivar che ha subito il maggiore danno. In linea di massima le varietà che hanno risposto meglio sono state Ninfa, che accomuna un basso fabbisogno in freddo e l’auto-fertilità, mentre anche nel gruppo delle “napoletane” sono stati osservati comportamenti differenti nelle diverse condizioni ambientali.
Tutte le varietà auto-incompatibili hanno registrato delle perdite di produzione alte, mentre nelle “low chilling” il comportamento è stato positivo, anche se in alcuni casi – come Mogador – il comportamento non è stato costante, perché nei campi più giovani ha risposto meglio rispetto a quelli più vecchi. In linea di massima l’albicocco ha accusato perdite complessive in termini quantitativi di circa il 40% rispetto ad una annata ordinaria. Per alcune varietà come Pricia, Banzai e Rubista il giudizio è preliminare in quanto servono altri anni di osservazione per trarre conclusioni appropriate.
Nell’ambito varietale, quelle maggiormente danneggiate sono state Kioto che accusa riduzzioni produttive quasi totali, data la tardiva, mancata o disforme fioritura che si è verificata nei campi commerciali; perdite del 35% ha accusato Orange Rubis, dato influenzato anche del carico notevole di frutti del 2015 che ha generato alternanza di fruttificazione.
Dalle osservazioni di campo è stato notato che quando si accomuna un medio-alto fabbisogno in freddo con l’auto-incompatibilità, si possono avere problemi produttivi.
Cosa si può fare
Per meglio affrontare tale problematica bisogna mettere in pratica una serie di accorgimenti. Intanto sarebbe opportuno che a livello territoriale venissero mappate le aree in base alle ore di freddo che annualmente si accumulano. Questo consentirebbe di avere una serie di informazioni fondamentali ai fini della scelta varietale, facendo gli opportuni inserimenti in base al soddisfacimento di questa esigenza fisiologica. Sarebbe auspicabile, inoltre, che i costitutori o i centri sperimentali effettuassero una serie di valutazioni di determinazione del fabbisogno in freddo di ogni varietà, della loro auto-fertilità, che laddove fosse bassa va accompagnata con l’indicazione dei migliori impollinatori. Questi devono essere determinati per ogni areale colturale, in quanto non sempre rispondono positivamente in tutti i contesti.
Da un punto di vista pratico è intuibile come la regolamentazione della fioritura nelle drupacee, soprattutto nell’albicocco, sia condizionata da diversi fattori che ne determinano un comportamento non sempre soddisfacente ai fini produttivi. Certamente non è semplice gestirla in quanto alcuni caratteri non sono sempre o facilmente controllabili. Quello che possiamo fare è agire con interventi colturali in grado di consentire alla pianta di essere predisposta a recepire nel migliore dei modi le variabili climatiche, come la temperatura. In particolare si potrebbero utilizzare, soprattutto per l’albicocco, prodotti a base di rame che favoriscano la caduta delle foglie, fase fenologica fondamentale per il recepimento del fabbisogno in freddo. Qualora vi sia un’annata climatica sfavorevole si potrebbe intervenire con sostanze che fanno superare la dormienza come citochinine e gibberelline, oppure sostanze causticanti come idrogeno cianammide (l’uso di questa sostanza non è ammessa in Italia), catene di acidi grassi insaturi, urea. Questi interventi si dovrebbero effettuare 30-40 giorni prima della schiusura delle gemme. Negli ultimi anni sono state proposte allo scopo diverse sostanze fertilizzanti che per poter essere estese nell’applicazione commerciale hanno bisogno di ulteriori e approfonditi test.
Nelle condizioni climatiche degli ultimi anni è da rivedere la tecnica colturale della fertilizzazione autunnale. Questa ha come obiettivo di favorire l’accumulo di N come riserva negli organi preposti (branche, radici secondarie, ecc.). Probabilmente con le condizioni climatiche autunnali abbastanza miti, che favoriscono la fase vegetativa della pianta, che utilizza ancora per questa fase i nutrienti apportati con questo intervento fertilizzante, è opportuno rimodulare la nutrizione evitando degli eccessi che potrebbero dare ripercussioni negative sulle fasi fenologiche successive. Infine, sarebbe auspicabile anche per questa specie un intervento di potatura dilazionato nel tempo, in pratica si può applicare quanto fatto per il pesco, cioè effettuare una pre-potatura autunnale rifinendola in inverno in modo da calibrarla in base alle condizioni ambientali invernali.


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