IL CASO CAMPANIA –

Una difficile fase congiunturale e frequenti avversità meteoriche

Campania: la coltivazione dell’albicocco ha chiuso un’annata di grandi difficoltà

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«La grandinata che a metà giugno ha investito una vasta zona della provincia di Napoli, e in parte anche di Caserta, ha provocato ingenti danni alle coltivazioni di albicocco colpendo, in particolare, tutte le cultivar vesuviane che in quel momento erano in piena fruttificazione». È quanto ci riferisce Pasquale Imperato, dirigente della Coldiretti di Napoli e frutticoltore dell’area vesuviana. «I danni provocati dalla meteora, continua Imperato, hanno ancor più aggravato una situazione di mercato già di per se complicata. I danni sono stati stimati in circa il 70% della produzione totale e il prodotto danneggiato, quando si è proceduto alla raccolta, è stato indirizzato all’industria a prezzi a dir poco stracciati». Lo sfavorevole andamento climatico ha favorito l’insorgere di numerose patologie. «In particolare la Monilia e la Cladosporiosi – ci riferisce Felice Pennone della sezione di frutticoltura del Cra di Caserta – sono state favorite dalle ripetute grandinate, anche in prossimità della raccolta che hanno danneggiato notevolmente le produzioni». Intanto, la sharka risulta sempre presente in molte aree e su numerose cultivar, costituendo una minaccia per la coltivazione. «Il suo controllo, aggiunge Pennone, risulta particolarmente problematico e l’applicazione delle norme fitosanitarie vigenti, risulta difficile, non essendo presenti misure di aiuto in merito, delle quali hanno beneficiato in passato altre aree di coltivazione».

Male domanda e prezzi

Tutto ciò in un momento congiunturale molto sfavorevole che incide negativamente sulla domanda e sui prezzi. «Considerata l’esiguità della produzione – continua Imperato – si poteva sperare in un miglior prezzo della frutta sfuggita alla grandinata, ma così non è stato. Il motivo è legato all’aumento delle importazioni dei Paesi dell’area Med che esitano la frutta a prezzi molto bassi». L’albicocco campano soffre la concorrenza delle produzioni nord africane e presenta le ataviche difficoltà commerciali legate principalmente all’offerta di un prodotto molto frazionato e eterogeneo. «La concorrenza extra europea – spiega il nostro interlocutore – è difficilmente contrastabile poiché il prezzo della manodopera è di molto inferiore al nostro e in quelle regioni è consentito l’uso di pesticidi che da noi sono severamente vietati. Ne deriva che i costi di produzione di quei paesi sono irrisori se confrontati con i nostri e, pertanto, le nostre produzioni sono destinate a soccombere». Questa situazione ha determinato, in molti casi, la rinuncia alla raccolta con frutti che, colpiti dai patogeni, sono marciti sulle piante. «Le aziende, non molte, che erano coperte da assicurazione hanno evitato la catastrofe, ma le altre sono aggrappate ai rilievi effettuati dai tecnici regionali che hanno avviato la pratica al Ministero per il riconoscimento di calamità naturale». Alla grandine sono sfuggite le cultivar precoci (Ninfa, Thyrintos e Aurora) e le coltivazioni ubicate nell’area vesuviana orientale (comuni di Terzigno, Boscoreale, Trecase, ecc.) «In realtà, qualche danno lo hanno ricevuto anche le produzioni precoci danneggiate da una prima grandinata che si è verificata in aprile». Intanto, anche in questo settore inizia la delocalizzazione. «I frutticoltori, espone Imperato, si stanno spostando nei paesi nord africani e ai produttori vesuviani non resta che convertire gli albicoccheti verso la produzione del “pomodorino vesuviano” DOP che resta l’unica valida alternativa, almeno per ora, per chi vuole continuare l’attività agricola».

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