Ciliegio, quale futuro ci aspetta?


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La cerasicoltura italiana sta affrontando un profondo e apparentemente felice percorso di ammodernamento e il motivo di questo rilancio nasce primariamente dalla sempre maggiore disponibilità di nuove varietà con pregevoli caratteri bio-pomologici che diversi progetti di miglioramento genetico in corso nel mondo hanno licenziato negli ultimi anni e, fra i quali, emergono anche quelli italiani. Ma non vanno sottovalutati anche i riflessi positivi di una ricerca agronomica sempre più spinta e puntuale che ha messo a punto modelli produttivi nuovi e con adattabilità plasmabile alle diverse aree di coltivazione. I portinnesti a debole vigoria, l’elevata densità di impianto ottenuta con forme di allevamento anche estremizzate, le tecniche di nutrizione, i sistemi polivalenti di protezione dalle avversità meteoriche e parassitarie sono da qualche tempo al centro dell’attenzione della ricerca e della sperimentazione e oggi consentono sistemi di coltivazione sempre più razionali, impegnativi e specializzati, ma capaci di rispondere alle esigenze di efficienza e remuneratività delle imprese frutticole.
Anche la concorrenza è sempre più forte, fuori e dentro l’Europa, e per la produzione italiana è in atto una nuova sfida che passa attraverso le tecnologie di lavorazione e condizionamento post-raccolta, il mantenimento della qualità lungo la filiera, l’individuazione di nuove linee strategiche di promozione e vendita. Una rinnovata attenzione alla qualità del prodotto, sia dal punto di vista organolettico, sia sul fronte della presentazione e della promozione (la ciliegia si sposa con facilità al territorio di provenienza e il trinomio prodotto-origine-tipicità ha grande valenza sui mercati), potrà certamente contribuire a migliorare lo standard dell’offerta e a sostenere i consumi di un frutto che, seppur di nicchia, continua ad esercitare un fascino particolare verso i consumatori.
Cosa c’è di stonato in questo quadro complessivamente positivo e per certi versi contro-corrente rispetto alla crisi strutturale che investe altri comparti del settore ortofrutticolo? Nelle pagine che seguono emerge un fatto eclatante: una forte divaricazione tecnologica differenzia il Nord Italia dal Sud e rischia di condizionare il futuro della coltura del ciliegio. La frenata della coltura in Puglia, dopo alcuni lustri di rinnovamento e sviluppo, non impedisce ad altre regioni, soprattutto al Centro-Nord, di sviluppare tecnologie d’impianto e gestioni colturali adeguate e che stanno premiando i coltivatori, soprattutto nel periodo commerciale medio-tardivo. Il dubbio degli operatori è che l’incremento di domanda interna ed estera possa aprire le porte a importazioni di prodotto da parte di nostri competitori per alimentare il mercato italiano.
Come detto, la concorrenza è forte (soprattutto quella esercitata da Paesi vicini che hanno costi di produzione molto più bassi dei nostri); gli oneri di investimento e coltivazione sono altissimi, soprattutto nelle nuove tipologie impiantistiche ad alta tecnologia; i prezzi saranno sempre più una discriminante importante per fidelizzare i consumatori all’acquisto; la capacità organizzativa e distributiva sarà determinante per poter ampliare i mercati di destinazione del prodotto. Forse dobbiamo preoccuparci maggiormente di riuscire ad aggregare le produzioni e ad assemblare in modo più efficiente la “filiera cerasicola” senza le attuali discontinuità operative che si notano tra i diversi soggetti o le diverse aree di coltivazione. Salvo qualche eccezione, siamo ancora lontani dall’obiettivo.


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