Fare sistema o uscire dal mercato: il comparto peschicolo deve muoversi in fretta

Le difficoltà attuali, soprattutto nelle aree che sostengono costi strutturalmente più alti, nascono dalla cronica sovrapproduzione che si è venuta a creare nel corso del tempo in Europa, cui si affiancano stagnazione e aleatorietà dei consumi, e un’offerta tra le più frammentate e meno organizzate del settore frutticolo


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questi, quello peschicolo è certamente tra i più in difficoltà, come testimoniato dalla progressiva regressione degli impianti investiti nelle principali aree di coltivazione italiane e, in particolare, nelle regioni settentrionali. Tra le cause del ridimensionamento una delle principali è certamente l’evidente insostenibilità economico–finanziaria della coltivazione, alla quale è urgente porre rimedio recuperando valore lungo la filiera produttivo–distributiva al fine di evitare la progressiva scomparsa della peschicoltura e del suo indotto dalle aree più vocate.

Analisi economico-reddituale in Romagna

Nell’area romagnola, una delle più rilevanti nel quadro produttivo nazionale, il costo medio annuo di produzione varia, a seconda della varietà, da 14.000 fino ad oltre 16.000 €/ha (Pirazzoli et al., 2009, 2014): in termini di costo per unità di prodotto, ciò si traduce in un “range” che parte da un minimo di 0,45 €/kg per le cultivar più produttive (35 t/ha), fino a circa 0,70 €/kg per quelle più precoci e meno produttive (16-18 t/ha). Considerando un ipotetico impianto che deriva dalla ponderazione del mix varietale più comunemente adottato dalle imprese coltivatrici locali, si registra un costo complessivo di produzione pari a poco più di 0,50 €/kg, corrispondenti ad una resa produttiva ponderata di 30 t/ha.

Nell’ottica di valutare la sostenibilità economica della coltivazione e, in particolare, al fine di definire la soglia minima economicamente sostenibile, può risultare utile considerare il solo costo contabile, inclusivo pertanto dei soli oneri monetari realmente sostenuti. Tale costo è variabile in funzione della tipologia di impresa (Fig. 1) e, nel caso in esame, oscilla da un minimo di poco inferiore a 10.200 euro/ha per un’impresa di piccole dimensioni che internalizza gran parte del lavoro, fino ad un massimo di circa 13.000 euro/ha per un’impresa grande (in economia).

I rispettivi costi per unità di prodotto variano da 0,34 €/kg per l’impresa coltivatrice di piccole dimensioni, fino a poco meno di 0,44 €/kg per l’impresa in economia. Ipotizzando di aumentare la resa produttiva, tali livelli di costo possono ridursi di circa 3-4 centesimi di €/kg qualora si accresca la resa di 5 t/ha; di contro, una diminuzione della resa di pari entità determina un accrescimento dei costi dell’ordine di 5-6 centesimi di €/kg.

Sul versante dei prezzi alla produzione, dall’anno 2000 in poi si rivela un andamento preoccupante, ad eccezione di poche annate contraddistinte da minore offerta (Fig. 2), ma considerando la media ponderata dei prezzi sulla base delle rese produttive di ciascuna campagna (di fonte Istat) emerge un quadro ancora più allarmante: nel periodo 2000-08, difatti, il prezzo medio spuntato dalle pesche comuni ammontava a 0,42 €/kg e quello delle nettarine a poco meno di 0,40 €/kg, ma la media del periodo successivo e sino alla campagna 2014 scende, rispettivamente, a 0,34 e 0,30 €/kg. Il confronto con i costi precedentemente esposti delinea con immediatezza il quadro di forte difficoltà in cui si trova il comparto: solamente l’impresa diretto-coltivatrice di piccole dimensioni, che internalizza ampiamente i costi della manodopera, è in grado di equilibrare, sebbene proprio al limite, il costo pieno sostenuto e, inoltre, solamente se nel proprio ordinamento sono incluse più pesche che nettarine. Le restanti tipologie di imprese che, va sottolineato, sono quelle che rappresentano il cuore della peschicoltura professionale e che hanno maggiore “futuribilità” e propensione ad investire, sono in grave difficoltà, palesando criticità anche alla copertura dei soli flussi di cassa annuali, soprattutto nelle annate più difficili come il 2014.

La catena del valore nel 2014

Secondo le rilevazioni settimanali delle CCIAA di Forlì-Cesena e di Ravenna, il prezzo alla produzione di pesche e nettarine nella campagna 2014 ha debuttato su livelli pari a circa 0,50 €/kg, per poi abbassarsi rapidamente sotto 0,30 €/kg e precipitare, in piena campagna, su livelli estremamente bassi, con punte anche di 0,17 €/kg. Di riflesso ai prezzi in campagna, anche le quotazioni del prodotto confezionato all’uscita dai magazzini di condizionamento sono risultate molto basse: in particolare, relativamente al prodotto destinato a catene distributive italiane, dopo il 20 giugno i prezzi sono rimasti permanentemente sotto 1 €/kg, con valori di 0,85-0,90 per frutti di calibro AA, di 0,70-0,80 per quelli di calibro A e di 0,60 per il calibro B in cestino. Circa il prodotto destinato a catene distributive estere (con prevalenza tedesca), si sono registrati prezzi più bassi mediamente di 0,10-0,20 €/kg, ma va considerato come le quotazioni siano, nella maggior parte dei casi, fissate “franco magazzino venditore”, con costi di trasporto a carico dell’acquirente, contrariamente a quanto avviene in Italia.

Relativamente ai prezzi al consumo, i dati rilevati dai principali istituti di ricerca su rilevanti punti vendita italiani ed esteri, dopo opportuna ponderazione in funzione dei volumi esitati in ciascun periodo di vendita, permettono di completare l’analisi della catena del valore di pesche e nettarine per l’anno 2014 (Fig. 3). Per quanto riguarda il prodotto destinato alla DM (moderna distribuzione) italiana, il prezzo di uscita dai magazzini di condizionamento è stato di circa 0,75 €/kg, a cui devono essere sottratti 0,15 €/kg per i costi di trasporto e la “scontistica” applicata nelle transazioni. Se dal prezzo di uscita al netto di tali oneri si sottraggono i costi sostenuti dalla struttura di condizionamento, pari a 0,35-0,38 €/kg (Palmieri e Pirazzoli, 2010), il prezzo alla produzione si colloca a 0,22-0,25 €/kg.

L’ultimo “step” della filiera conduce alla fase finale del dettaglio, dove i prezzi rilevati sono stati anche quest’anno mediamente oscillanti da 1,80 a 2 €/kg, a conferma della rigidità del prezzo al dettaglio rispetto alle quotazioni dei passaggi precedenti. Nel differenziale tra il prezzo di uscita dalla struttura di condizionamento ed il prezzo al dettaglio sono compresi i costi della struttura distributiva, piattaforma logistica e punto vendita, ed il relativo margine.

Relativamente al prodotto destinato a mercati esteri, il prezzo al dettaglio si colloca su livelli mediamente più bassi, anche in conseguenza del fatto che la qualità richiesta, soprattutto in termini di pezzatura, è minore. Il prezzo di uscita dal magazzino di condizionamento è di circa 0,65 €/kg, cui va sottratta la sola “scontistica” applicata, essendo il trasporto a carico dell’acquirente. Il prezzo alla produzione che si viene a determinare è così di 0,20-0,22 €/kg.

Conclusioni

Al fine di compensare pienamente i costi sostenuti appare necessaria una stabile rivalutazione dei prezzi alla produzione quantificabile in almeno 0,12-0,15 €/kg in più rispetto ai prezzi percepiti (Fig. 3), pari a 2.500-4.000 euro/ha di Produzione Lorda Vendibile. La parte più consistente di tale recupero, in virtù della distribuzione del valore precedentemente evidenziata, non può che provenire dall’ultima fase della filiera, agendo con opportuni accordi sui costi e margini del distributore, il quale deve prendere consapevolezza che il mondo produttivo non è semplicemente un fornitore esterno, ma la fonte della sua esistenza imprenditoriale, poiché la mancanza di prodotto dovuta all’insostenibilità economica del processo produttivo stesso non può che determinare forti difficoltà anche dell’attività distributiva.

Ridotti appaiono i margini di intervento in fase di condizionamento, mentre nella fase agricola è possibile ipotizzare limitati margini di recupero tramite la continua ricerca dell’aumento delle rese produttive e della qualità delle produzioni, agendo dunque sull’imprenditorialità dei frutticoltori.

In assenza di opportuni interventi il comparto appare destinato ad un progressivo ridimensionamento, come peraltro evidenziato dalle principali fonti statistiche, che esprimono inequivocabilmente le difficoltà attuali, soprattutto con riferimento alle aree che sostengono costi strutturalmente più alti e che, quindi, peggio sopportano lo stato di crisi.

Le cause che hanno determinato tale situazione di debolezza sono ben note: la prima di esse è certamente la cronica sovrapproduzione che si è venuta a creare nel corso del tempo in Europa e che si è mantenuta nonostante la diminuzione delle superfici coltivate. L’offerta europea, di per sé troppo elevata rispetto ai consumi, si è concentrata per effetto della mancata programmazione, determinando il rischio di picchi produttivi che deprimono rapidamente le quotazioni. A ciò si aggiunge, infine, la stagnazione dei consumi e la spiccata aleatorietà degli stessi, fortemente influenzati dal clima.

In questo quadro di difficile gestione la filiera produttiva si è sempre presentata con un’offerta tra le più frammentate e meno organizzate del comparto frutticolo, prestando quindi il fianco al maggior potere commerciale dei grandi gruppi distributivi, che ormai controllano in tutti i Paesi ampie quote del mercato al consumo. L’uscita da questa situazione non appare certo semplice, ma al contempo il quadro delle possibili soluzioni, nonché degli attori coinvolti nella loro attuazione, è piuttosto delineato. In primo luogo, ai produttori è richiesto un continuo sforzo nel miglioramento della professionalità che si concretizzi in un aumento quali-quantitativo delle produzioni: il primo aspetto è premiante in termini di prezzo, soprattutto sul mercato italiano, mentre il secondo è fondamentale per razionalizzare al massimo i costi sostenuti. È da rimarcare che l’aumento della professionalità non può che essere abbinato ad un opportuno processo selettivo delle imprese produttrici.

In sede di commercializzazione del prodotto è opportuno incrementare il riconoscimento dello stesso attraverso la valorizzazione delle sue caratteristiche: il comparto peschicolo è, nell’ambito dei principali comparti frutticoli, tra i meno attenti a questo aspetto. Le diverse cultivar di pesche e nettarine proposte non hanno praticamente alcuna riconoscibilità nei consumatori, che dunque non sono messi in grado di esprimere al meglio le proprie scelte, guidate invece da ampi margini di casualità o, quando presenti, esclusivamente dalle politiche promozionali delle catene distributive. La valorizzazione deve, inoltre, essere accompagnata dalla segmentazione delle produzioni in funzione dei mercati obiettivo, adattando offerta e struttura commerciale alle relative esigenze con grande rapidità per non perdere opportunità che verranno sfruttate da altri “competitor” (ad esempio, le pesche piatte in Spagna).

Per attuare le necessarie politiche di rilancio del comparto, tuttavia, la priorità assoluta è il raggiungimento di opportuni accordi tra i principali gruppi produttivi, al fine di assicurare una maggiore aggregazione e programmazione dell’offerta, rimediando così alle due principali lacune del comparto stesso. Solo in tale modo e grazie ad un più deciso ruolo delle OP e AOP sarà possibile un più equilibrato confronto con la distribuzione e affrontare il mercato con produzioni più qualificate e distinte da marchi commerciali forti, un traguardo sinora mai raggiunto, tranne poche eccezioni, dalla nostra frutticoltura. La filiera e la sua integrazione sono gli strumenti su cui basarsi per garantire la sostenibilità di un sistema produttivo che, come dice il nome stesso, deve diventare un vero e proprio “sistema”, autonomo nell’esaltare le peculiarità locali, ma inserito in una struttura di gestione organizzata dell’offerta. Un esempio di applicazione di tale strategia proviene dal Trentino-Alto Adige, con il Consorzio From che ha riunito tutte le principali OP melicole dell’area al fine di penetrare con successo il mercato russo. È, inoltre, di recente costituzione la NewCo “Opera”, società che punta ad aggregare l’offerta dei principali produttori nazionali di pere. La nuova società, la cui creazione è certamente di buon auspicio per il comparto frutticolo, si prefigura come la più grande organizzazione del mondo nel settore della produzione delle pere per il consumo fresco.

Infine, per non vanificare gli sforzi occorre inevitabilmente collaborare e ricevere collaborazione dalla moderna distribuzione organizzata (le cui logiche sono, come noto, spesso in contrasto con quelle del mondo frutticolo), al fine di realizzare opportuni accordi migliorativi per le istanze dell’anello produttivo della filiera. Per rafforzare la significatività di tale strategia potrebbe risultare utile una revisione nella direzione di una maggiore concretezza del Dlgs. 102/2005 sugli “accordi di filiera”. Solamente in tale modo sarà possibile ristabilire il necessario equilibrio in una filiera che appare oggi troppo concentrata sulla concorrenzialità nei prezzi proposti al consumatore, specialmente in questo periodo di crisi economica, dimenticando che la garanzia della fornitura di materia prima è aspetto determinante per la sopravvivenza degli stessi anelli finali della filiera, ma che la continuità della fornitura stessa sarà sempre più in dubbio in assenza della sostenibilità economica in fase di produzione.

In conclusione, ribadendo ancora la constatazione della difficilissima situazione economica in cui versa il comparto da anni, è auspicabile che le proposte qui individuate siano recepite e sostenute con forza dalle principali associazioni di rappresentanza del settore agricolo, al fine di evitare che insorga definitivamente uno stato di profondo sconforto in coloro che ancora credono nella frutticoltura. In particolare, si suggerisce che le stesse promuovano urgentemente la costituzione di un tavolo interprofessionale che riunisca tutti gli attori della filiera (OP di riferimento, condizionatori e distributori della DM), così da trovare il giusto riequilibrio della ripartizione del valore lungo la stessa. Inoltre, non va sottaciuto il fatto che i consumatori dimostrano una crescente sensibilità verso l’origine del prodotto nazionale, perché ritenuto di elevata qualità e maggiormente sicuro sotto il profilo salutistico e dunque la DM non può ignorare tale aspetto perché strategico per i propri successi di vendita.


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