BARRIERE COMMERCIALI –

Dopo anni di negoziato entro l’estate è prevista l’apertura del mercato americano anche per le pere.

Frutta, la mela italiana sbarca in Usa

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Ortofrutta made in
Italy a caccia di
nuovi mercati extra-
Ue: unica chance di crescita
per un settore strategico,
quanto «maturo», considerato
che tra i suoi principali
fattori di criticità c’è la
stagnazione dei consumi interni.
 Così fa notizia l’annuncio
della prossima apertura del
mercato Usa a mele e pere
italiane. Dopo le prime spedizioni
di kiwi in Corea del
Sud, a febbraio, si tratta di
un altro tassello del processo
di internazionalizzazione avviato
negli ultimi anni dalla
nostra diplomazia, in sinergia
con enti e operatori della
filiera ortofrutticola. Un tassello
che in questo caso assume
un duplice significato:
per le enormi potenzialità in
termini di consumi del mercato
americano; e poi perché
l’apertura delle frontiere statunitensi
a questi prodotti è
tra i più importanti dossier
avviati dall’Italia per abbattere
le barriere fitosanitarie di
una decina di paesi extra-Ue.

A un convegno organizzato
la settimana scorsa a Roma
da Italia Ortofrutta-Unione
nazionale, il direttore del
Servizio fitosanitario del ministero
delle Politiche agricole,
Bruno Caio Faraglia, ha
riferito che nei prossimi giorni
gli ispettori Usa dovrebbero
dare il via libera all’import
di mele e pere dal nostro
Paese. Importazioni che
di fatto sono bloccate dalle
autorità sanitarie locali per
la presunta presenza nei nostri
prodotti di 35 organismi
potenzialmente nocivi.

Una vera e propria «misura
di protezionismo per difendere
le loro produzioni – ha
osservato il presidente di Italia
ortofrutta, Ibrahim Saadeh
– mascherata dietro al
paravento di particolari condizioni
fitosanitarie». Una
delle prime criticità per il sistema
ortofrutticolo italiano,
quello delle barriere, che secondo
Saadeh «pesano più
di quelle doganali e rappresentano
il maggiore ostacolo
per le esportazioni di ortofrutta
verso i principali mercati
extraeuropei».

Dopo la partita vinta per il
kiwi in Corea (per questo
frutto sono nel frattempo
aperti dossier anche per
l’export in Giappone, Messico,
Sudafrica, Vietnam, Israele
e Nuova Zelanda), gli
operatori italiani preparano
dunque lo sbarco sul mercato
Usa, dove la produzione
di mele (dati Fao 2011) è di
poco inferiore a 4,3 milioni
di tonnellate, di cui 790mila
sono destinate all’export e
solo 191mila tonnellate vengono
importate. Mentre l’Italia,
secondo produttore europeo,
dopo la Polonia, con un
raccolto di 1,9 milioni di tonnellate
(dati Istat), l’anno
scorso ne ha esportate circa
la metà: 915mila tonnellate,
ma in prevalenza sul mercato
Ue. L’export è comunque
in calo: dopo un -4% nel
2012, il primo trimestre
2013 ha registrato addirittura
un crollo su base annua
del 18,3 per cento.

«Le potenzialità per le nostre
mele e pere in Usa sono
enormi – riferisce Elisa Macchi,
direttore del Centro servizi
ortofrutticoli di Ferrara
– considerando che anche solo
un frutto in più all’anno
porterebbe a un incremento
dei consumi di circa
70-80mila tonnellate per
ognuna di queste due specie.

Questo partendo da un consumo
di frutta che negli Stati
Uniti è veramente molto basso,
intorno a 11-12 chili l’anno
per le mele e 2 chili per le
pere».


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