La pericoltura sudafricana punta all’export e alle varietà bicolori

Una produzione significativa, incentrata su poche cultivar (Packam’s, William e Forelle), che cerca di spostare i propri orizzonti verso quote di esportazione sempre più elevate, puntando anche ai mercati lontani in contro-stagione. La tradizione delle pere rosse o bicolori.


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A livello globale, il continente africano ha una ridotta importanza nella produzione di pere (Pyrus communis L.), rappresentando circa il 3% di quella mondiale. I Paesi africani nei quali si producono pere sono quelli a clima temperato, che si localizzano a entrambi gli estremi del continente. Tra questi, il Sud Africa è quello più importante, con il 56% dei volumi africani prodotti, seguito da Algeria (19%), Tunisia (11%), Marocco (7,5%) ed Egitto (6,5%) (Teron et al., 2008). Tuttavia, il Sud Africa è il secondo produttore di pere dell’emisfero australe, dietro solo all’Argentina. In Sud Africa, la produzione di pere rappresenta il 16% del comparto frutticolo con un volume pari a circa 390.000 t registrato nell’ultima stagione produttiva (2014-15), mantenutasi in linea con le annate precedenti (dati USDA, 2015). La superficie investita a pero, dopo un incremento del 43% fatto registrare dal 1980, si è assestata per un decennio intorno agli 11.000 ha. Dal 2010, invece, si assiste ad un costante aumento delle superfici coltivate a pero, che oggi si aggira sui 12.300 ha (dati USDA, 2015).

Sebbene il pero sia coltivato in 17 diversi distretti del Paese sudafricano, l’80% delle superfici si incontra nella sola provincia di Western Cape, la più meridionale, in particolare negli areali di Ceres, Groenland e Wolseley/Tulbagh, nei quali le condizioni climatiche sono riconducibili al modello Mediterraneo, con inverni miti e piovosi ed estati lunghe, calde e ventose. Le precipitazioni in tali areali raggiungono i 1.000 mm l’anno, mentre nel periodo compreso tra maggio ed agosto (inverno), l’accumulo delle ore in freddo è spesso modesto e solo in isolati casi raggiunge le 1000 unità (sommatoria delle ore al di sotto di +7,2 °C). I suoli sono scarsamenti fertili, caratterizzati da una ridotta capacità di scambio cationico (1-6 meq/100g), bassa capacità di ritenzione idrica e con pH acido o subacido. È da sottolinare come solo i suoli poco profondi, umidi e ricchi di scheletro sono riservati alla coltivazione del pero, mentre quelli migliori sono destinati alla coltivazione del melo e delle drupacee.

La figura 1 evidenzia come i costi d’impianto del pereto in Sud Africa siano notevolmente lievitati, più che raddoppianti dal 2008, passando da poco più di 7.000 a 15.570 €/ha nel 2014. Tale incremento viene anche citato tra le cause che potrebbero limitare l’espandersi del settore. Analogamente, in virtù dell’aumento del costo della mano d’opera e dei carburanti, il costo di gestione annuale degli impianti è arrivato, nell’ultima stagione a 16.300 €/ha, con un incremento pari al 7% rispetto alla stagione precedente.

Il panorama varietale

Le principali cultivar allevate in Suafrica sono Packham’s Triumph, Forelle e William Bon Chretien, che insieme occupano oltre l’80% della superficie totale coltivata a pero (Tab. 1). Va menzionato che alla superficie di William è inclusa anche quella di William precoce (Early Bon Chrétien), mutazione della cv standard che matura circa 2 settimane prima e presenta un più ridotto fabbisogno in freddo, ragioni per cui sta riscuotendo un crescente interesse tra i produttori. William è una cv a duplice attitudine (sia da mercato fresco sia da trasformazione), mentre Packham’s Triumph e Forelle sono commercializzate solo sul mercato del fresco. Seguono, a grande distanza, Abate Fétel (6%), Rosemarie (3,5%) e Kaiser (2,1%) (Tab. 1). Sebbene Packham’s Triumph mantenga in Sud Africa la leadership incontrastata tra le cv di pero, negli ultimi anni si è accresciuto l’interesse per le cv bicolori. Il Sud Africa è, ad oggi, il principale Paese produttore di pere bicolori e con sovraccolore rossastro.

Tra queste, Forelle è quella più diffusa e sebbene sia piuttosto antica, continua ad offrire buone garanzie in termini di rese quali-quantitative, mantenendo vivo l’interesse tra i produttori. Rosemarie e Flamingo, invece, dopo un primo accenno di interesse sono state abbandonate per i problemi legati alla pezzatura, alla colorazione incostante dell’epidermide (perdita del sovraccolore in prossimità della raccolta sopratutto nelle stagioni siccitose e caratterizzate da elevate temperature notturne), all’imbrunimento interno della polpa e per la sensibilità alle manipolazioni. Queste ultime due cultivar sono in corso di sostituzione con le più recenti Flare (mutazione di Forelle), CelinaCOV e CheekyTM (vedi box), caratterizzate da una colorazione rossa iniziale più accentuata.

Il panorama varietale a disposizione garantisce la disponibilità di prodotto fresco da fine dicembre con la raccolta della William rossa precoce per poi passare a gennaio con le raccolte di Rosemarie, Kaiser e Sempre. A febbraio si concentra l’epoca di maturazione commerciale della maggior parte delle varietà coltivate, che corrisponde quindi al periodo di maggiore disponibilità di prodotto. Le raccolte terminano nel mese di marzo con gli stacchi di Packham’s Triumph e Vermont Beauty. Il prodotto raccolto, qualora non trasformato o commercializzato nel breve periodo è conservato fino ad agosto.

Portinnesti e tecnica agronomica

Fino alla metà degli anni 80, la maggior parte dei pereti sfruttava portinnesti franchi clonali tra i quali i soggetti BP1 e BP3 erano quelli più diffusi. Questi inducono nelle cv innestate una vigoria leggermente inferiore rispetto ai franchi da seme, pari a circa l’80% ed il 90% per il BP1 e BP3, rispettivamente. Recentemente, invece, stanno trovando impiego anche le selezioni di cotogno (sopratutto BA29), specialmente per le varietà bicolori e per la necessità di intensificare le densità d’impianto, passate dalle 667 del 1980 alle 1.660 piante/ha attalmente diffuse negli impianti moderni e i cui sesti ricorrenti sono 4×1,5 m. Anche le forme di allevamento hanno subito un’evoluzione nel tempo che ha visto l’abbandono delle forme rigide ad asse multiplo (es. candelabro) verso forme più compatte e facilmente gestibili (asse colonnare, fusetto). L’attuale tendenza è di allevare alberi monocauli alti fino a 3 m da terra e, nella pratica agronomica, non sono rari i trattamenti per l’interruzione della dormienza, l’incisione anulare (“girdling”) e la decorticazione. Nel caso specifico del fabbisogno in freddo, il mancato soddisfacimento delle ore in freddo cui gli ambienti sudafricani sono spesso soggetti, impone il ricorso alla cianamide idrogenata in miscela con olio minerale per favorire l’interruzione della dormienza.

Analizzando i dati concernenti la ripartizione della superfice coltivata a pero in fuzione dell’età degli alberi emerge che la maggior parte gli impianti delle 3 cultivar più importanti ha un’età superiore ai 16 anni e, nel caso di Packham’s Triumph, il 40% supera i 25 anni di età (Tab. 2). Tuttavia, mentre per quest’ultima così come per Forelle, si osserva anche una buona presenza di impiani nuovi (< 3 anni), nel caso di William solo il 2% della superficie totale è occupata da impianti in allevamento, a testimonianza della progressiva perdita di importanza di questa cultivar. Contemporaneamente, emergono gli scarsi investimenti per le cultivar Decana del Comizio, Flamingo e Golden Russet (Kaiser mutata), probabilmente destinate a scomparire, a vantaggio invece di Abate Fétel e Cheeky.

Packham’s Triumph è la varietà più generosa in termini produttivi, raggiungento le 80 t/ha a partire dal 7 anno di età (Tab. 3). Anche Kaiser e Decana del comizio raggiungono livelli produttivi più che soddisfacenti; spicca, tuttavia, la produttività di Abate Fétel (50 t/ha), senz’altro confrontabile (se non superiore) con le rese registrate negli ambienti italiani tradizionalmente più vocati (es. Emilia-Romagna).

Destinazione del prodotto

Nonostante la produzione globale di pere del Sudafrica sia relativamente limitata, i volumi esportati appaiono importanti. Ciò in virtù della spiccata vocazione all’esportazione di pere del Paese (Tab. 4), mentre solo il 15% viene commercializzato sul mercato interno.

Anche la quota destinata alla trasformazione ed essiccazione risulta particolarmente significativa (37%), in virtù degli abbondanti volumi produttivi di William. La destinazione industriale del prodotto è promossa dalla percentuale elevata di frutti che alla raccolta non sono idonei per il mercato del fresco in virtù di ricorrenti lacune di pezzatura (sottomisura), di scarsa colorazione delle cv ad epidermide colorata e per la presenza di scottaure. La vocazione all’esportazione delle pere è altresì incentivata dalle più attraenti prospettive di guadagno rispetto ai prezzi spuntati per la vendita del prodotto sui mercati locali, o ancora meno, per i volumi destinati alla trasformazione (Fig. 3).

I principali mercati di destinazione del prodotto sono quello europeo (oltre il 60% se si include la Russia), l’Estremo Oriente, il Canada e gli USA, sfruttando la controstagionalità di produzione, mentre solo l’1% viene commercializzato negli altri Paesi dello stesso continente (Fig. 4). Le pere esportate in Europa sono principalmente a buccia verde e per il 20% bicolore. Il principale mercato per le pere a buccia rossa è al momento il Medio Oriente, sebbene le tendenze indichino una crescita dei quantitativi di pere bicolori inviate sui mercati europei. Al contrario, le importazioni di pere del Sud Africa sono molto limitate, escusivamente a buccia verde e provenienti preferibilmente dalla Cina.

 

 


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