Speciale Susino e Albicocco –

Il futuro del comparto è difficile da prevedere, ma appare evidente da recenti indagini commissionate dal CSO di Ferrara che la sostenibilità economica sia oggi riservata solo alle imprese professionali, capaci di raggiungere accettabili livelli di resa e di qualità del prodotto

La sostenibilità economica del susino: sistemi produttivi europei a confronto

FR_14_05_Susino_Ramassin

Il quadro europeo del comparto ortofrutticolo si caratterizza per una crescnete competizione tra i principali Paesi produttori e, in tale contesto, la disponibilità di puntuali ed aggiornate informazioni economiche è un fattore fondamentale per valutare la competitività dei diversi sistemi produttivi che si misurano nell’arena di riferimento europea, così da predisporre al meglio le strategie produttive e commerciali delle singole imprese. Allo scopo di conoscere l’attuale situazione tra i “competitor” nel mercato europeo delle susine da consumo fresco, il Centro Servizi Ortofrutticoli (CSO) di Ferrara ha recentemente promosso un’indagine ad hoc nei principali areali di coltivazione di Italia e Spagna: più in particolare, le aree indagate sono state il Piemonte (provincia di Cuneo), l’Emilia-Romagna (province di Modena, Ravenna e Forlì-Cesena), il Lazio (provincia di Latina) e la Campania (provincia di Caserta), in Italia, e le regioni dell’Extremadura e di Murcia in Spagna (Fig. 1). Lo studio ha considerato le varietà più rappresentative di ciascuna area. Gli aggregati economici posti a confronto sono quelli tipici della filiera in esame e, in particolare, gli oneri imputabili all’impresa di produzione e le spese necessarie per la successiva fase di condizionamento del prodotto, determinando quindi nell’insieme il livello di costo attribuibile a ciascuno dei sistemi posti a confronto.

Aspetti metodologici
 
L’indagine è stata condotta per mezzo di rilievi, svolti sia presso imprese frutticole, per la parte concernente i costi sostenuti nella fase produttiva, sia presso strutture di lavorazione e di conservazione, per la parte attinente alla fase del condizionamento del prodotto. Nel complesso sono stati esaminati 28 casi di studio per la fase di campo e 5 per quella di condizionamento. La metodologia di calcolo dei costi di produzione ha previsto, per la fase agricola, la suddivisione delle voci di spesa in diversi livelli, fra i quali è da ricordare il costo pieno all’impresa, sommatoria dei costi direttamente imputabili alla coltura, secondo la metodologia dell’”activity based costing”, e dei carichi strutturali come pro-quota, che rappresenta il concreto esborso monetario da parte dell’impresa, ed il costo totale di produzione, inclusivo anche degli oneri di natura figurativa , lavoro e capitale apportati dall’imprenditore (o da componenti della sua famiglia), che meglio si presta al confronto diretto dei casi esaminati. In fase di condizionamento, le voci di costo considerate sono state articolate in spese variabili e spese fisse: in particolare, le prime sono costituite dalla manodopera e dagli imballaggi, mentre le seconde sono distinte in ammortamenti strutturali e spese generali. Circa queste ultime, l’estrema eterogeneità e variabilità delle spese ha suggerito di considerare un dato medio complessivo per ciascuna struttura esaminata, escludendo in ogni caso dal computo gli oneri di natura commerciale, essendo questi ultimi connessi a modalità di vendita variabili e difficilmente comparabili.

Costi della fase agricola
 
La definizione dei costi medi di produzione per il susino è resa particolarmente difficoltosa da talune peculiarità quali la tendenziale alternanza produttiva, la sensibilità a numerose avversità e la convivenza, in molte aree, con patologie difficili da ostacolare, come sharka e fitoplasmosi, che impongono una periodica asportazione, distruzione e sostituzione delle piante colpite. A ciò va aggiunta la compresenza di tecniche produttive molto differenti tra loro, nonché l’eterogeneità delle imprese di coltivazione, poiché, ad eccezione dell’Extremadura, principale polo produttivo di susine da consumo fresco in Europa, la coltura è sovente secondaria nell’ordinamento colturale rispetto ad altre specie e trova diffusione a “macchia di leopardo” ed in aziende non specializzate di media o medio-piccola dimensione. Alla luce di tali considerazioni, va evidenziato come i dati presentati, riassunti nelle tabelle 1 e 2, derivino spesso dalla mediazione di osservazioni talvolta sensibilmente diversificate tra loro. L’eterogeneità degli impianti rilevati si concretizza, per quanto concerne il costo totale di produzione, in un “range” di oltre 10.000 € in termini di unità di superficie: l’onere per ettaro può variare, infatti, da circa 9.000 € per Fortune allevata a vaso in Extremadura, fino a quasi 20.000 € per TcSun a fusetto nel Lazio. I livelli di costo per ettaro sono naturalmente influenzati anche dalle rese produttive che contraddistinguono le diverse cultivar e che, proprio nei due esempi di cui sopra, trovano gli estremi tra i casi osservati: poco più di 20 t/ha per l’impianto di Fortune e fino a quasi 50 t/ha per TcSun in provincia di Latina. Più nel dettaglio, relativamente ad Angeleno, la più diffusa delle susine tardive, almeno in Emilia-Romagna, si registra un costo variabile da poco più di 10.000 €/ha in Extremadura, per una resa di circa 30 t/ha, fino ad oltre 18.000 €/ha nel Ravennate dove si rileva un rendimento medio anche superiore a 45 t. Oltre alla resa produttiva, determinante è anche l’apporto di materie prime per le quali il maggior esborso si registra nel Lazio, in provincia di Ravenna e a Murcia (oltre 4.000 €/ha), ed i valori minimi (pari a circa 2.000 €/ha) in Extremadura ed in Campania. Un ulteriore rilevante parametro di differenziazione è costituito dalla quota di ammortamento, che può incidere fino a più di 2.500 €/ha per impianti ad alta densità e protetti da rete antigrandine, la cui durata si attesta attorno a 15 anni. Più contenute, invece, le differenze nel costo della manodopera, nonostante tariffe salariali considerevolmente variabili. Per quanto concerne le altre varietà, il confronto è certamente meno significativo, date le differenti caratteristiche delle cultivar considerate: relativamente alla Spagna, è da segnalare la maggior dispendiosità della regione di Murcia rispetto all’Extremadura, soprattutto a causa di maggiori costi per le materie prime (terreni più poveri, maggiori costi di irrigazione e consistenti danni causati dalla sharka). La struttura del costo di produzione del susino, come consuetudine in frutticoltura, vede la manodopera al primo posto tra le diverse voci di spesa, con un’incidenza, tuttavia, tra le più basse al confronto con le principali specie da frutto. Solo in pochi casi questa supera il 50%, mentre in taluni altri si colloca solo di poco oltre il 30%. La materie prime, di contro, incidono dal 12-15 fino al 30% circa. Il principale parametro di valutazione del potenziale competitivo di un’area produttiva è certamente il costo di produzione per unità di prodotto: nei casi analizzati, nonostante un parziale riallineamento dovuto alle diverse combinazioni di costo per ettaro e di resa produttiva, tale valore evidenzia comunque il persistere di notevoli differenze (Figg. 2-4). Come rilevabile nel caso di Angeleno, gli areali maggiormente competitivi sono la Campania e l’Extremadura, capaci di abbinare un accettabile potenziale produttivo ad una contenuta spesa per ettaro, che si traduce in un costo complessivo di poco inferiore a 0,35 €/kg. A seguire, la regione di Murcia presenta un costo di 0,4 €/kg, le province della Romagna di 0,41-0,42 €/kg e Lazio e Piemonte da 0,44 a 0,47 €/kg. Decisamente più onerosa è la gestione degli impianti nel Modenese, dove il costo complessivo sale fino a 0,56 €/kg per effetto di una tecnica produttiva che, tramite opportuni interventi agronomici, privilegia l’ottenimento di frutti di maggior calibro. Il medesimo ordine tende a manifestarsi anche per le cultivar estive: in particolare, tra quelle a buccia nero/viola, Friar presenta costi di poco superiori a 0,33 €/kg in Campania, Larry Ann richiede 0,38 €/kg in Extremadura e 0,46 €/kg a Murcia dove, tuttavia, è raccolta più precocemente, mentre salendo nella scala di onerosità si raggiungono circa 0,62-0,65 €/kg per il gruppo Black, dove la precocità penalizza i rendimenti produttivi. Tra le varietà a buccia rossa e gialla si registrano in genere livelli più contenuti di costo, con la maggior parte dei casi rilevati ricompresa in una forbice tra 0,40 e 0,50 €/kg, con le eccezioni di Obilnaja nel Modenese che sfiora addirittura 0,70 €/kg e, all’altro vertice, di Goccia d’oro e Crimson Glo con costi di 0,35-0,38 €/kg.

Redditività della fase agricola
 
Le elaborazioni per la valutazione della redditività evidenziano realtà piuttosto altalenanti: nelle figure da 4 a 6 sono evidenziate le performance economiche dei casi rilevati, in termini di profitto/perdita medi annui per ettaro, sottraendo dalla Produzione lorda vendibile la totalità dei costi sostenuti, sia di natura esplicita, sia di natura implicita o figurativa; per ciascuno dei casi indagati è riportato il livello minimo e massimo realizzabile in funzione della resa produttiva e del prezzo percepito. Come rilevabile, Angeleno è in grado di offrire, nelle migliori condizioni, un profitto massimo di 1.000-1.500 €/kg in tutte le aree, ad eccezione del Casertano e dell’Extremadura, dove si possono anche superare 3.500 €/kg. Per contro, anche in queste due aree, nelle condizioni meno favorevoli, viene a determinarsi una perdita , così come in tutti gli altri casi indagati, con una punta massima di oltre 5.000 €/kg nel Lazio. Relativamente alle altre varietà esaminate, la situazione è, nella maggior parte dei casi, sostanzialmente analoga: in nessun caso si registra un margine di profitto nelle condizioni meno favorevoli, mentre in quelle più favorevoli, le migliori performances sono per Goccia d’oro in Campania, con quasi 5.000 €/kg di profitto, Friar ancora nel Casertano con poco più di 4.000 €/kg, Fortune e Aphrodite nel Lazio, con circa 3.500 €/kg e, infine, Fortune e Black Gold nel Modenese, con oltre 3.000 €/kg. All’opposto, Dofi Sandra e Obilnaja, sempre in provincia di Modena, registrano negatività, seppur per poco, anche nelle migliori condizioni ipotizzate.

Costi della fase di condizionamento
 
I costi della fase di condizionamento sono stati calcolati per le tipologie di confezione più diffuse, cioè il cestino (da 500, 750 grammi e 1 kg) e la cassa di legno o cartone (con peso da 5 a15 kg) e si riferiscono ai soli oneri connessi alla selezione, movimentazione, confezionamento e conservazione dei frutti nelle celle frigorifere in attesa della vendita. Va osservato che i dati presentati sono medie relative a tutte le cultivar, benché sussistano differenze talvolta apprezzabili tra varietà autunnali ed estive. Tali differenze, tuttavia, tendono nel complesso a mediarsi tra loro, evidenziandosi costi di conservazione più elevati per le prime, conservate anche per diversi mesi, a differenza delle estive, le quali manifestano, generalmente, più elevati costi di manipolazione per via della maggiore delicatezza. Passando all’analisi dei risultati, l’indagine ha evidenziato, a differenza dei costi di campagna, valori abbastanza omogenei tra le aree indagate (Fig. 7): in particolare, per quanto concerne il confezionamento in cestino, il costo di lavorazione varia da un minimo di 0,36 €/kg nella regione di Murcia, fino a 0,41 €/kg in Emilia-Romagna, mentre il confezionamento in cassa oscilla da 0,3 a 0,36 €/kg. Il costo della manodopera di magazzino è tra le principali cause delle differenze osservate, poiché da costi di 6-7 €/ora nei magazzini del Sud Italia e della Spagna si sale fino a 13-14 €/ora del Nord Italia; tali evidenti differenze sono, tuttavia, parzialmente compensate dal maggior grado di meccanizzazione che innalza la produttività del lavoro, nonché dalle dimensioni più elevate degli stabilimenti dell’Italia settentrionale, che abbattono i costi fissi. Alla luce dei costi sostenuti per la lavorazione e il confezionamento del prodotto, questo si carica di un costo complessivo di filiera che può variare da un minimo di 0,7-0,8 €/kg rilevabili in Campania e nella maggior parte dei casi relativi alle regioni spagnole (Fig. 8), fino a valori massimi prossimi ad 1 €/kg in Emilia-Romagna, ed anche oltre per le cultivar più precoci (Fig. 9).

Conclusioni

I risultati dello studio delineano, per il sistema produttivo del susino da consumo fresco, un quadro interlocutorio e di difficile caratterizzazione, poiché contraddistinto da risultati in chiaroscuro: evidente è soprattutto la progressiva flessione nelle performance economiche, rispetto al recente passato, di Angeleno, tuttora la cultivar più diffusa nel complesso. L’erosione della redditività sta determinando una situazione di sostanziale stagnazione delle superfici investite, nonché un’inevitabile selezione delle imprese coltivatrici a favore di quelle più professionali; solamente nella regione spagnola dell’Extremadura e, con moderazione, in Campania, si rileva una crescita degli impianti coltivati. Le osservazioni svolte hanno evidenziato la presenza di aree dove prevale una tendenza alla semplificazione della gestione degli impianti ed al risparmio dei costi conseguenti ed aree dove, viceversa, si punta su forme ad elevata densità, naturalmente più dispendiose, per raggiungere più elevate performance quantitative e anticipare per quanto possibile il rientro dei capitali investiti. I costi sostenuti nella fase di campagna si contraddistinguono per livelli ben distinti, in quasi tutti i casi favorevoli alle aree spagnole e a quelle del Sud Italia. Nel caso di Angeleno, ad esempio, Campania ed Extremadura hanno margini di circa 0,1 €/kg rispetto alle altre zone produttive. La redditività della coltura risulta soddisfacente solo nelle annate più favorevoli in termini di resa produttiva e prezzo alla produzione, mentre nelle ipotesi meno favorevoli è garantita la copertura dei costi vivi sostenuti, ma non la remunerazione a prezzi di mercato degli oneri figurativi. In conclusione, per il futuro del comparto è certamente difficoltoso fare previsioni, sebbene appaia evidente che la sostenibilità economica sia oggi riservata solo alle imprese professionali, capaci di raggiungere accettabili livelli di resa e di qualità del prodotto, unico presupposto per essere competitivi sul mercato. Il mercato stesso dovrà essere in grado di sapersi gestire e di evitare, come per altre specie frutticole, frequenti crisi con conseguenti crolli dei prezzi che sarebbero difficoltosi da sostenere alla luce dei costi da sostenere. L’offerta di susine è aumentata nel tempo ed è ormai in equilibrio con la domanda, per cui qualora vi fossero margini di espansione occorrerà porre grande attenzione ai rischi di sovraccarico di offerta. Relativamente alla scelta varietale, per le imprese che continueranno a puntare su Angeleno, maggiormente esposta alla pressione competitiva internazionale, sarà prioritario evitare l’eccessiva massificazione dell’offerta e differenziare, per quanto possibile, il proprio prodotto. Per le cultivar estive gli spazi di mercato sembrano tendenzialmente maggiori, come peraltro dimostrato dal progressivo spostamento in atto in alcune zone, ma non è da sottovalutare il rischio di competizione con altre specie da frutto peculiari di questo periodo, almeno per le aree in cui queste rivestono una notevole importanza. Infine, alla luce della progressiva saturazione dei mercati interni all’Ue, per sostenere la crescita dell’offerta, sempre più rivolta al fresco e meno all’industria, non si può evitare di accrescere i volumi esportati verso sbocchi extra-Ue. Il mercato del susino è già piuttosto aperto e considerevoli sono i volumi provenienti da Paesi terzi in entrata nei paesi dell’Ue, mentre ancora scarse sono le esportazioni dell’Unione stessa, soprattutto in rapporto ai nuovi mercati che è teoricamente possibile raggiungere.

Allegati

Scarica il file: La sostenibilità economica del susino: sistemi produttivi europei a confronto

Pubblica un commento