FOCUS ACTINIDIA –

Strategica appare l’organizzazione di filiera del settore, al fine di affrontare il mercato con idonee quantità di regole comportamentali. Troppe le azioni speculative mal ripagate.

L’actinidia in Italia e nel mondo tra concorrenza e nuove opportunità

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Il quadro produttivo mondiale

L’actinidia evidenzia, secondo i dati Fao, un trend di crescita tra i più rilevanti nell’ambito delle principali specie frutticole mondiali: in particolare, nel corso del decennio 2003-12, le superfici coltivate, escludendo la Cina, sono passate da poco più di 60.000 a quasi 100.000 ettari. Relativamente alla Cina, le cui superfici non sono rilevate dalla Fao, le fonti di quel Paese indicano in 70.000 ettari le estensioni coltivate; in Cina, primo produttore al mondo, la coltivazione è ampiamente estesa, ma rivolta per la quasi totalità al consumo interno.
La diffusione mondiale della specie resta piuttosto concentrata, tanto che nel 2012 solamente 12 Paesi contavano più di 500 ettari investiti e, sempre escludendo la Cina, i primi 5 realizzano oltre l’85% dell’offerta complessiva. Accanto agli storici bacini di produzione, rappresentati da Italia, Nuova Zelanda e Cile, in tempi recenti l’actinidia ha conosciuto una crescita esplosiva in Turchia, dove oggi è coltivata su oltre 28.000 ettari (Fig. 1); relativamente all’Ue, significativi aumenti degli investimenti si rilevano in Grecia e, secondariamente, in Portogallo e Spagna.
Nel medesimo decennio, al netto dei raccolti cinesi calcolati in circa 500.000 t annue, l’offerta è salita da meno di 1 milione a quasi 1,5 milioni di t (+52%), tanto da raggiungere il 22% della produzione frutticola mondiale. Relativamente ai singoli Paesi, l’Italia è il secondo produttore mondiale, con un volume medio di circa 415.000 t annue, seguita dalla Nuova Zelanda con poco più di 350.000 t e dal Cile con 190.000 t. Nonostante le rilevanti superfici investite, è ancora poco significativa l’offerta turca (che comunque ha raggiunto le 36.000 t), mentre di rilievo sono i volumi realizzati in Grecia (superiori a 160.000 t), in grado oggi di esercitare un’apprezzabile pressione competitiva sull’offerta italiana nel medesimo periodo dell’anno, a differenza di quella dei grandi produttori dell’Emisfero Sud.

Il commercio internazionale

In virtù delle caratteristiche del frutto e della concentrazione dell’offerta in pochissimi Paesi, gli scambi commerciali di actinidia sono decisamente vivaci ed interessano una quota molto alta della produzione complessiva di ciascun Paese. A livello mondiale, i volumi scambiati hanno raggiunto 1,3 milioni di t; l’export è realizzato per quasi il 70% da Italia, Nuova Zelanda e Cile, mentre l’import, che nel 2012 ha interessato quasi 150 Paesi, è chiaramente più eterogeneo. I principali mercati di destinazione includono anche Paesi attivi riesportatori e sono rappresentati, nell’ordine, da Belgio, Spagna, Germania, Russia, Paesi Bassi, Giappone e USA.
Benché in termini quantitativi i principali competitor per l’Italia siano nell’emisfero meridionale, lo scostamento stagionale nella disponibilità del prodotto rende meno accesa la competizione con questi Paesi, mentre, al contrario, è in aumento la concorrenza esercitata dai vicini paesi dell’Ue. Concentrando pertanto l’attenzione allo spazio comunitario, si rilevano in forte crescita i flussi di esportazione della Grecia che, nel quinquennio 2009-13, sono passati da 60.000 a quasi 100.000 t. L’Italia detiene saldamente il primato dell’export, ma i volumi avviati oltre-frontiera sono in lieve diminuzione, complice anche la minor disponibilità di prodotto (batteriosi ed altre cause), essendo passati da 380.000 a 340.000 t. Infine, anche Francia, Spagna e Portogallo presentano flussi di esportazione in apprezzabile crescita percentuale, sebbene i volumi avviati al commercio estero da questi Paesi siano sensibilmente inferiori: 28.000 t per la Francia e 14-15.000 t per Spagna e Portogallo.
Sensibili sono le differenze registrate nei prezzi all’esportazione tra i Paesi europei: il maggior apprezzamento di mercato è rivolto, difatti, al prodotto francese (1,44 €/kg di media nel quinquennio esaminato), seguito da quello italiano e spagnolo (con circa 0,95 €/kg), mentre quello portoghese (0,84 €/kg) e soprattutto quello greco (0,71 €/kg) si collocano su livelli inferiori. Sebbene in lieve calo nei volumi, l’export italiano ha toccato, invece, un record in valore, con 385 milioni di Euro nel 2013. I principali sbocchi sono Germania e Spagna, che insieme ricevono 1/3 circa dei volumi complessivi (Fig. 2). In prospettiva, i mercati che hanno registrato i più interessanti trend di crescita negli ultimi anni sono USA e Brasile.

Il quadro nazionale

Il comparto dell’actinidia è stato, nel recente passato, tra i più vivaci in ambito frutticolo e, anche grazie a più soddisfacenti “performance” economiche rispetto ad altre colture, ha conosciuto una considerevole espansione. Gli investimenti sono così cresciuti fino ad oltre 25.500 ettari nel 2011, per passare a poco meno di 25.000 ettari (Fig. 3). Tra le cause di questo modesto ridimensionamento va certamente annoverata la diffusione della batteriosi (PSA) che ha determinato abbattimenti anche consistenti in talune regioni, come ad esempio Lazio e Piemonte. Ora che gli studi condotti sembrano aver individuato strategie di convivenza con il patogeno, nelle aree produttive sono ripartiti gli investimenti, stimolati anche dalla perdurante crisi economica di altre specie da frutto.
Come a livello mondiale, anche in Italia l’actinidia presenta una diffusione piuttosto concentrata in poche aree: in particolare, le prime 4 regioni (Lazio, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte) assommano l’80% delle superfici coltivate; da rimarcare, tuttavia, la diffusione della specie in Calabria, passata in 5 anni da poco più di 600 ad oltre 1.300 ettari. L’offerta italiana negli ultimi anni ha oscillato da un minimo di 400.000 t del 2012 fino a picchi di oltre 500.000 t nel 2009 e 2011. Per la campagna in corso la produzione attesa (stime IKO) è di 437.000 t, in crescita del 2% rispetto a quella dello scorso anno, ma più bassa del 7% rispetto al periodo 2009-12.

Costi di produzione in Italia e nei competitor europei

Come osservato, l’actinidia ha destato un apprezzabile interesse negli operatori nel corso degli anni e ciò ha portato alla sua diffusione in diverse aree, talune molto vocate e talune meno. La risultante di ciò è la presenza di strutture di costo piuttosto eterogenee, dove il fattore vocazionalità di ciascuna zona si affianca alle tradizionali determinanti dei livelli di costo in frutticoltura, tra i quali va citato in primo luogo il costo della manodopera. Ulteriore variabilità è stata determinata dalla batteriosi che, seppur in via di progressivo superamento, presenta tuttora un impatto piuttosto rilevante sui costi di produzione, in virtù delle maggiori cure, del monitoraggio e dei trattamenti fitosanitari richiesti, in precedenza molto contenuti per l’actinidia. L’adozione di tali pratiche nelle imprese agricole non è uniforme; per una migliore valutazione delle condizioni economiche della coltura, in tabella 1 sono esposti i dati di costo sia con riferimento ad imprese che non adottano pratiche volte alla prevenzione della batteriosi, sia ad imprese che, viceversa, seguono le principali direttive tecniche previste per la propria area.
In termini di spesa, tali interventi incidono per circa 1.500-2000 Euro/ha e possono innalzare il costo di produzione per ettaro fino a 19.000 Euro, come rilevato nel Veronese per Hayward, e fino a 24.000 Euro/ha per le cultivar a polpa gialla in Romagna. Tali costi sono comprensivi anche degli oneri figurativi, cioè della remunerazione dei fattori direttamente apportati dall’imprenditore che possono incidere per il 15-20% circa, considerando che operazioni di monitoraggio o prevenzione possono anche essere internalizzate da imprese di media o medio-piccola dimensione.
Proprio la manodopera è, come consuetudine per le specie frutticole, la voce di costo più incisiva, con una quota sul costo totale variabile dal 40 al 45% circa, in considerazione di un impegno che può variare da 450-500 fino a 700 ore/ha. Significativo è anche l’impatto delle materie prime: a titolo di esempio, considerando che in annate climaticamente favorevoli alla diffusione della batteriosi possono essere richiesti fino a 20 trattamenti, la spesa per le materie prime può arrivare a rappresentare fino al 26% del costo complessivo.
La resa produttiva ha un ruolo determinante nel definire l’effettivo potenziale competitivo delle imprese di una determinata area: come rilevabile, le differenze tra le zone produttive italiane sono considerevoli, potendo variare da 23 t/ha nel Cuneese, fino ad oltre 32 t/ha in provincia di Latina. In virtù delle combinazioni tra costi ad ettaro e rese produttive medie, si evidenzia un sensibile vantaggio competitivo per le aree centro-meridionali del Paese, con la Calabria sul gradino più basso con circa 0,40 €/kg, seguita dal Lazio con 0,50-0,55 €/kg. In Emilia-Romagna e in provincia di Rovigo il costo complessivo sale fino a 0,60-0,65 €/kg, mentre a Cuneo e Verona, dove già i costi erano piuttosto sostenuti, gli ulteriori esborsi connessi alla difesa dalla batteriosi possono innalzare la spesa su livelli molto elevati, anche maggiori di 0,70 €/kg.
Per quanto concerne i principali competitor europei, va rilevato che i dati disponibili non includono eventuali aggravi connessi alla batteriosi: da evidenziare, soprattutto, il potenziale competitivo del prodotto greco che presenta un costo di produzione di 0,33-0,35 €/kg, mentre nelle altre aree, complici rese non particolarmente elevate, i costi sono più vicini a quelli italiani sebbene nei confronti delle regioni settentrionali permanga un certo margine (Tab. 2).
Nell’ambito delle principali specie frutticole, l’actinidia presenta costi di gestione medio-alti e, conseguentemente, è richiesto un buon apprezzamento del prodotto dal mercato al fine di garantire la sostenibilità economica della coltura. I prezzi alla produzione dell’actinidia sono piuttosto altalenanti poiché, trattandosi di una specie caratterizzata da forti tassi di esportazione ed essendo, inoltre, le produzioni standardizzate, i livelli di prezzo sono fortemente condizionati dalle dinamiche dell’offerta internazionale. Nel dettaglio, l’ultimo decennio ha riservato quotazioni variabili da poco più di 0,40 a quasi 0,75 €/kg, con evidenti ripercussioni sulla redditività della coltura. Le ultime due campagne, caratterizzate da un’offerta mondiale piuttosto contenuta, hanno riservato positive remunerazioni che, dai primi segnali di mercato, sembrano destinate a proseguire anche per la campagna in corso.

Conclusioni

Alla luce del confronto costi-prezzi, le considerazioni circa la redditività della specie sono certamente di natura diversa a seconda dell’area produttiva: nelle aree centro-meridionali, difatti, i margini appaiono piuttosto ampi alla luce dei minori costi di produzione, mentre nelle aree settentrionali, soprattutto in quelle più marginali, la situazione appare più incerta. Se le ultime campagne hanno riservato anche in queste zone positivi risultati, in un’ottica di medio-lungo periodo le annate di crisi di mercato (che possono derivare soprattutto da eccessi di offerta) rappresentano un problema per la sostenibilità economica, in considerazione degli elevati costi di produzione, specialmente per le imprese di maggiori dimensioni e condotte in economia.
La diminuzione dell’offerta rilevata nelle ultime campagne ha indubbiamente riequilibrato il mercato, ma resta da valutare l’impatto dei numerosi nuovi impianti in via di realizzazione, soprattutto dopo la pesante crisi della frutta estiva ed il progressivo superamento del problema batteriosi.
Il futuro della specie è certamente legato alla ricerca, che dovrà perfezionare le linee di difesa contro la batteriosi e le altre patologie evidenziate di recente (vedi l’esempio della moria nel Veronese): fondamentale è disporre di un adeguato finanziamento (pubblico/privato) per la ricerca, che sia in grado di rispondere concretamente alle problematiche fitosanitarie, ma non solo, così come sta facendo la Nuova Zelanda.
Agli operatori di mercato è richiesto, invece, uno sforzo sia sul versante della valorizzazione qualitativa delle produzioni, a cui sempre più acquirenti sono particolarmente attenti, sia sulla continua ricerca di nuovi mercati poiché oltre il 70% dell’offerta italiana è destinata all’export e la crisi dei consumi di frutta non sembra risparmiare neppure il kiwi, con un calo del 3% negli acquisti domestici del 2013 rispetto al 2012 (dati Gfk).
L’aspetto più importante resta naturalmente, come per tutte le specie frutticole, l’organizzazione di filiera, al fine di affrontare il mercato con idonee masse di prodotto e di dettare rigide regole comportamentali che troppo spesso vengono eluse in nome di una speculazione che poi il mercato farà certamente pagare, come peraltro testimoniato dalla ingiustificabile corsa alla raccolta anticipata dei frutti in risposta alle elevate quotazioni del periodo cui anche nel 2014 abbiamo tristemente (e impotentemente) assistito.

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