ECONOMIA E TECNICA –

Tavola rotonda all’ultimo Macfrut con i maggiori esperti italiani di frutticoltura, da Nola a Fideghelli, da Battelli a Calcagni, da Faedi a Neri, da Mennone a Sansavini. Sotto esame le dinamiche produttive e commerciali e soprattutto le prospettive del settore.

Maggiore collaborazione di filiera, passa di qui il futuro della frutticoltura

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È ora di “quote frutta”, un sistema di regolamentazione dell’offerta, a livello europeo, sulla falsa riga di quello che è stato per le quote latte e per i vigneti. Una forma di autocontrollo che vada ad evitare annate disastrose come quella appena trascorsa, con prezzi ai produttori al di sotto dei costi di produzione.
È una delle soluzioni proposte al Macfrut durante il convegno “Prospettive della frutticoltura italiana nel contesto europeo e internazionale”, organizzato dalla Rivista di Frutticoltura (Edagricole – New Business Media), dal Cra (Roma e Forlì) e dall’Università di Bologna. A moderare l’intervento degli esperti e la tavola rotonda, il giornalista di new Business Media Giorgio Setti.
È stato Giuseppe Nola, presidente della cooperativa Osas della Piana di Sibari, in Calabria, a lanciare la provocazione: “Non si può più rimandare una regolamentazione che abbia come scopo quella di salvare i frutticoltori. I nostri sono articoli altamente deperibili e non è possibile fare stoccaggi per più di pochi giorni”. Il presidente ha sottolineato che il succedersi delle crisi a intervalli sempre più ravvicinati sta mettendo in grossa difficoltà gli oltre 300 soci della coop. “Ma in linea di massima le nostre produzioni di pesche e nettarine ottengono prezzi soddisfacenti fino a metà luglio. Poi, con l’entrata nei mercati di grossi quantitativi di frutta dal nord d’Italia, specie dall’Emilia Romagna, i prezzi crollano. Occorre fare un po’ di ordine, cercare di programmare meglio gli ettari anche in base alla stagionalità, per far sì che tutti i produttori, dal nord al sud, ottengano la giusta remunerazione senza accavallare le produzioni”.
Nola spiega che la zona della Piana di Sibari quest’anno non è stata toccata dal maltempo e la qualità della frutta è stata sempre molto elevata. “Non così al nord – ha continuato – dove la pioggia ha causato notevoli problemi. Eppure la frutta è stata immessa sul mercato, abbassando i prezzi medi e, a causa della difficoltà di conservazione e della qualità organolettica piuttosto latente, i consumatori si sono disaffezionati al prodotto. Va pure aggiunto che anche le temperature non elevate di questa strana estate hanno contribuito al crollo dei prezzi congelando i consumi”.
La Gdo in pochi casi riesce a differenziare il prodotto di qualità da quello più scadente, e a pagarne le spese sono coloro che hanno lavorato meglio o, come quest’anno, chi è stato meno toccato dal maltempo. Nola è arrabbiato proprio perché la Gdo chiede da anni le varie certificazioni, che costano alla struttura e agli agricoltori soldi e tempo, ma alla fine il consumatore non viene messo in grado di percepire la differenza fra un prodotto standard e uno di qualità”.
Il convegno è stato introdotto da un quadro generale di Carlo Fideghelli, ricercatore del Cra di Roma, che ha illustrato dei dati statistici. Nel confronto fra triennio 2000-2002 e 2010-2012 si nota che la produzione mondiale di drupacee è aumentata. Pesche e nettarine hanno avuto un incremento del 50 per cento. Poi il susino e anche l’albicocco hanno segnato altri aumenti, rispettivamente del 27 e del 32 per cento. Però l’Europa, rispetto al mondo, registra un calo di drupacee. In Italia si è avuto una diminuzione del 7,4 per cento di pesche e nettarine di fronte a un aumento del 30 per cento di albicocco.

Interprofessione da migliorare

Nazario Battelli, presidente di Ortofrutta Italia, non nasconde che l’attività interprofessionale incontra difficoltà ma, allo stesso tempo, sottolinea quanto di buono si è riusciti a fare specie nell’ambito della promozione.
“Premesso che non si fa mai abbastanza per pubblicizzare i consumi di frutta e verdura – ha detto Battelli – negli scorsi mesi si è svolta una campagna promozionale decisa fin dal mese di febbraio. Le maggiori catene della Gdo, cito Conad, Coop, Esselunga, per un totale di quasi duemila punti vendita, hanno concordato per alcuni giorni di campagna istituzionale su pesche e nettarine. Non è una cosa da poco in quanto ogni giorno la Gdo ha le proprie promozioni, e inserirsi nei loro calendari non è facile”.
Il presidente ha posto l’accento sul fatto che la pubblica amministrazione deve accelerare i propri tempi e spingere di più affinchè l’interprofessione diventi efficace. “Dovremmo prendere esempio dalla Francia che, quando vuole riesce a intervenire in fretta. Quando hanno avuto un sentore di crisi dei prezzi hanno emesso un decreto in soli 7 giorni anticipando le fasi del crollo dei prezzi e hanno contenuto i danni. Ecco, a noi tutto questo manca”.

La frutta secca potenziale ancora di salvezza

“Vedo qui in sala frutticoltori che potrebbero diventare produttori di frutta secca. Pensateci perché in Italia abbiamo abbandonato, sbagliando, questo settore”. Giuseppe Calcagni, presidente di Besana, ha problemi opposti rispetto al comparto frutta fresca: “Ci manca il prodotto, abbiamo richieste superiori all’offerta. Ciò è dovuto al fatto che in passato abbiamo abbandonato la produzione e adesso siamo costretti a importante. Nei luoghi vocati, si dovrebbe tornare alle produzioni di noci, mandorle, pistacchi. Ma il tutto deve essere organizzato a livello industriale, puntando sulla meccanizzazione. Quando mi sono affacciato al settore, la raccolta incideva per il 70 per cento dei costi di produzione. Oggi non deve superare il 15 per cento e ciò è possibile grazie all’operazione totalmente meccanizzata”.

La ricerca che valica i confini

“C’è anche una ricerca italiana apprezzata all’estero e che potrebbe portare all’acquisto di varietà made in Italy”. Lo ha affermato Walther Faedi, ricercatore del Cra di Forlì, riferendosi a due varietà di fragole brevettate che stanno interessando la California, il Canada del sud e il Messico. “Sono in corso campi sperimentali – ha detto il ricercatore – in queste nazioni. Se tutto va come auspichiamo, le nostre varietà saranno moltiplicate in quei paesi e così l’Italia avrà le royalties relative”.
Faedi ha spiegato che il mondo della sperimentazione deve tenere ben presente l’andamento climatico degli ultimi anni. Vi sono stagioni, come l’inverno 2013-2014, in cui le temperature non soddisfano il fabbisogno in freddo delle attuali varietà, e la produzione ne risente. E’ un particolare da valutare quando si fanno gli incroci.
“Allo stesso tempo – ha aggiunto Faedi – occorre una stretta connessione fra mondo della ricerca e quello della commercializzazione: non possiamo licenziare varietà che poi il mercato non apprezza. Prendiamo l’esempio delle pesche: per troppi anni la bussola è stata quella della produttività. Ma la stessa cosa la potremmo dire per la fragola. Da tempo vado dicendo che la qualità deve essere il carattere dominante. Non senza un occhio alla commercializzazione: per le pesche ci stiamo orientando verso varietà a polpa dura che, oltre ad essere apprezzata dai consumatori, hanno il vantaggio di una shelf life più lunga. Quindi possono essere esportate verso mercati più lontani”.

Piccolo non è sempre bello

Patrizio Neri, del Consorzio Kiwigold, ha espresso la sua perplessità sull’ondata di simpatia che attornia, dal punto di vista mediatico, i vari “km zero”, “ritorno alla ruralità”, “tradizioni”, “piccolo è bello”.
“Non metto in discussione che per alcune aziende, poche, la vendita diretta sia una possibilità, anche se credo che sia comunque un’integrazione al reddito. Ma la stragrande maggioranza delle imprese frutticole deve esportare. Almeno il 50 per cento della produzione nazionale deve essere collocata all’estero. Non possiamo riempire le piazzette delle nostre città con migliaia di bins di pesche. Chi ragiona solo in questi termini è fuori dalla realtà, non ha mai visto un’azienda strutturata e che dà lavoro a decine di operai. Poi il nostro sistema va rivisto: abbiamo una produzione di tipo “contadina” invece che imprenditoriale. Dobbiamo fare il salto di qualità”.

Zone vocate e prezzi

“La vocazionalità non è solo relativa al terreno e al clima. Una zona è vocata anche in base alle competenze e alle conoscenze produttive, insieme alle infrastrutture e ai servizi presenti”. Lo ha ribadito Carmelo Mennone, direttore dell’azienda Pantanello in Metaponto.
“Dobbiamo far condividere le nostre regole anche alla Spagna. A noi è vietato l’uso di sostanze brachizzanti. Sono stato nella penisola iberica e ho visto agrumeti con migliaia di piante tutte uguali, sembravano fatte con lo stampo. Il nostro rispetto delle regole ci causa una minore competitività a livello europeo. Quindi, ho le regole sono uguali per tutti, oppure le nostre produzioni devono essere pagate di più”.
Gli ha fatto eco Nola: “Anche quest’anno, i costi sono rimasti costanti, se non leggermente aumentati, mentre ciò che è stato ritoccato al ribasso sono i prezzi pagati ai produttori. Noi come cooperativa cerchiamo di avere la massima trasparenza, pubblicando i prezzi settimanalmente, così che si capisca che non andiamo a spostare centesimi da una produzione all’altra. Ma il problema non è a livello delle cooperative o delle strutture di commercializzazione. Manca una programmazione, è questo il nodo. Decenni fa si faceva il piano agrumi. Oggi cosa si fa?”.
La Sala Verde di Macfrut era gremita di pubblico, che non ha fatto mancare domande. Un frutticoltore ha posto l’accento sul fatto che occorre gestire la produzione, specie quando ci sono surplus produttivi. A questa domanda ha risposto Calcagni: “La Comunità europea aveva introdotto i ritiri delle eccedenze, dando respiro al mercato. Poi, sulla spinta dell’opinione pubblica, ciò è stato, quasi totalmente, eliminato. Capisco le ragioni, però nessuno si scandalizza quando ci sono le rottamazioni delle auto, un meccanismo secondo il quale soldi pubblici vengono erogati per togliere dal mercato beni ancora utilizzabili ma che in tal modo sono sostituiti da produzioni nuove, mantenendo competitivo il prezzo a vantaggio dei costruttori”.
Nessun produttore di auto venderebbe sottocosto, mentre pare ormai normale che i produttori di frutta debbano lavorare in rimessa. È questo il paradosso.

Programmazione? Ma solo se…

Quando si parla di programmazione, occorre uscire da un equivoco: che possa essere utile se fatta a livello locale, o nazionale. “Qua bisogna programmare a livello europeo – ha ribadito Faedi. Porto un esempio. Quest’anno la fragolicoltura veronese era partita sotto i migliori auspici in termini di quantità e qualità. Ma al momento dell’esportazione, abbiamo visto che la Germania era inondata di prodotto spagnolo, a basso prezzo. Se non ci sono regole europee, ogni programmazione locale è vana. Negli ultimi 20 anni non è cambiato nulla. Ci facciamo concorrenza. Verona sta riducendo del 20 per cento le superfici a fragole. Come la Spagna, comunque. Ci facciamo concorrenza per distruggerci a vicenda. Mi pare che le varietà valide, unite in club, siano una prima, valida, soluzione. L’innovazione di prodotto è indispensabile per differenziarsi. Penso alla nuova pera Abate Rossa, costituita fra gli altri da Lorenzo Rivalta, che sta ottenendo validi apprezzamenti”.
Anche Neri ha detto la sua circa la programmazione. Ha puntato l’indice sull’incapacità di creare l’interprofessione per la pera. “A questo punto sposo la proposta di Gabriele Ferri – ha detto Neri – secondo il quale se è vero che non si è riusciti a mettere d’accordo tutta la produzione, almeno facciamo un accordo a livello commerciale. Tassiamoci di un centesimo o quello che vogliamo, al chilo, e promuoviamo all’estero, la pera italiana. Ferri ha fatto la proposta ma mi pare che nessuno l’abbia ancora colta. Io invece concordo appieno”. Neri ha sottolineato anche il successo dei club, specie per il kiwi giallo, che garantisce una plv di 40-50mila euro l’ettaro.
Ma quale ruolo ha la Gdo nell’interprofessione? Battelli ha sottolineato che la Gdo collabora fattivamente ai vari comitati di prodotto. “Non abbiamo budget – ha precisato Battelli – a differenza dei francesi che hanno 15 milioni, ma siamo riusciti a fare una promozione seria, e non con la logica della ‘Proloco’. E poi sono arrabbiato per un fatto: l’Igp non deve essere lo strumento promozionale di un frutto, l’Igp della pesca è un’idiozia, la logica va cambiata. Il problema è che abbiamo 20 piani di sviluppo regionale. Come si può fare programmazione con questa frammentazione? Le Regioni virtuose, col mercato che andava bene, hanno guadagnato, ma ora col calo dei consumi (20 punti negli ultimi 8 anni per frutta e verdura) non paga più. E poi non si può fare programmazione con il cambio di 7 ministri in pochi anni anni. Siamo sinceri, per favore, non facciamo populismo ma non nascondiamoci neppure dietro a un dito”.

La ricerca ha un costo

“I frutticoltori devono capire che se vogliono varietà su misura per loro, qualcosa devono pagare. Magari poco, ma se viene pagato da tutti la ricerca va avanti”. Questa l’opinione di Carlo Fighedelli del Cra di Roma.
“Dieci anni fa abbiamo licenziato le pesche piatte, ma in Italia nessuno ha colto l’opportunità. Nessuno le ha valorizzate. Ce le hanno comprate in Spagna e lì alcuni sono diventati ricchi. Da noi abbiamo perso una valida occasione, anche perché non c’è stata la giusta comunicazione fra due mondi, ricerca e produzione, che dovrebbero collaborare di più”. Fideghelli ha pure stigmatizzato quello detto da Faedi: “Ognuno fa come crede, ma è ridicolo che con i fondi pubblici si vadano a fare varietà sfruttate poi all’estero. Non c’è alcun beneficio se otteniamo un po’ di royalties col brevetto di una varietà innovativa. I produttori pagano l’innovazione con le proprie tasse, e poi ciò va all’estero”.
Ma questi due ultimi esempi, le pesche piatte in Spagna e le fragole in America, sono la testimonianza di uno sfasamento fra ricerca italiana e produzione nazionale.
Silviero Sansavini, storico ricercatore dell’Università di Bologna, ha fatto una completa e approfondita analisi dello stato della ricerca in Italia e in Europa. “Negli ultimi anni nel nostro Paese sono diminuiti notevolmente i fondi per l’innovazione e lo studio ma, di pari passo, sono aumentati quelli europei. Ma la possibilità di accedere a questi finanziamenti sta nelle reti, ne creare o nell’inserirsi in un network di ricerca, e ciò è possibile sono in base al merito. Un aspetto penalizzante della ricerca italiana è l’eccessiva frammentazione e la mancanza di collegamento fra i progetti. A volte, per fortuna, ci sono anche esempi virtuosi, ma possiamo migliorare e anche di molto”.
L’Emilia Romagna è una delle Regione che ancora stanzia fondi alla ricerca in agraria, anche se negli ultimi anni il budget è passato da tre a due milioni di euro.
“A livello europeo – ha ribadito Sansavini – l’intero capitolo di spesa ricerca, quindi anche quella extra-agricola, per i prossimi anni passerà da 50 a 90 miliardi di euro. Le possibilità, quindi, ci sono, ma bisogna saperle cogliere”.
L’esperto ha poi delineato i settore verso cui la ricerca, specie quella frutticola, deve orientarsi: “Produttività, sostenibilità, redditività ed eccellenze qualitative: chi studia innovazione deve avere questi obiettivi. Non si può fare nulla se non ci si relaziona direttamente con l’agricoltore e, di conseguenza, con il mercato. In più c’è il grande capitolo della difesa delle colture: credo che nei prossimi anni, a fronte di una richiesta di diminuzione di fitofarmaci, si andrà verso una resistenza indotta dalle biotecnologie. Non dimentichiamo poi il post raccolta, fondamentale per far giungere i prodotti anche nei mercati lontani e con un elevato standard qualitativo. Infine c’è da lavorare molto sulla gestione dei suoli e della fertilità: qui si apre l’immenso campo, in gran parte ancora inesplorato, dell’interazione microbiologica”.

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