Forse appare impropr

Necessario un marchio di qualità per la qualificazione del vivaismo italiano

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Forse appare improprio per una Rivista tecnica qual è Frutticoltura ospitare la trattazione di alcuni temi come quelli che seguiranno, ma si ritiene che il frutticoltore debba essere messo a conoscenza dell’evoluzione e/o involuzione delle norme che regolamentano la produzione del materiale di propagazione utilizzato per la costituzione di un nuovo frutteto e delle insite garanzie che deve necessariamente possedere. E’ altresì beffardo tornare su un argomento così poco tecnico e molto “burocratico” a distanza di appena un anno, quando gli orizzonti delineati erano ben diversi; è invece necessario riprendere questi temi che tanto rischiano di incidere sull’intera filiera frutticola nazionale.

Lo stato dell’arte
 
In attesa delle norme che avrebbero dovuto rendere pienamente operativa la categoria CAC (Conformitas Agraria Comminutitatis), dopo un lavoro di revisione durato ben 6 anni, la Commissione Europea ha presentato al Parlamento Europeo e al Consiglio una serie di proposte di regolamento che andranno sostanzialmente a modificare il quadro normativo di riferimento riguardante i controlli ufficiali, la protezione delle piante e i materiali riproduttivi vegetali, oltre che a ridefinire un quadro finanziario comune; in più è stata presentata una quinta bozza di regolamento riguardante la sanità ed il benessere animale. In poche parole, nello spirito della “better regulation” intrapreso a livello comunitario, la proposta intende raggruppare in un unico regolamento quanto trattato attualmente nelle differenti specifiche Direttive di seguito elencate, portando sotto un’unica norma: sementi di piante foraggere, sementi di cereali e barbabietole, tuberi-seme di patate, sementi di piante oleaginose e da fibra, sementi ortive, materiale di moltiplicazione di piante ornamentali, vite e piante da frutto, piantine di ortaggi e materiale forestale. Le norme proposte, rappresentando un “pacchetto normativo integrato”, basato essenzialmente sulla necessità di ridurre gli oneri amministrativi ed intensificare i meccanismi di controllo, risultano una completa riorganizzazione dei settori interessati, una nuova rivoluzione copernicana. La Commissione ha altresì comunicato l’intenzione di completare l’iter di elaborazione e approvazione dei testi entro due anni, oltre a preventivare un periodo di tempo della durata di tre anni per l’applicazione dei singoli regolamenti. Sono anche previste una serie di nuove tariffe, riguardanti l’iscrizione al Registro, l’esame tecnico della varietà, i controlli, ecc. Alcuni nuovi concetti sono introdotti dal Regolamento, tra i quali meritano di essere menzionati: la descrizione ufficialmente riconosciuta della varietà; il valore agronomico e/o d’utilizzazione sostenibile delle varietà (VCU); la durata dell’iscrizione della varietà per un periodo di 30 anni. Così come alcune deroghe che riguarderebbero il materiale riproduttivo vegetale di varietà in attesa d’iscrizione; la prescrizione relativa all’iscrizione nel caso di temporanea difficoltà di approvvigionamento; il materiale riproduttivo vegetale non definitivamente certificato. La proposta di Regolamento si poggia fondamentalmente su due pilastri: i Registri varietali e la Certificazione. Le varietà potranno essere riprodotte e commercializzate solo se iscritte ad un Registro nazionale; a tale Registro, verrà inoltre affiancato un Registro delle varietà dell’Ue gestito e aggiornato dall’Agenzia europea per le varietà vegetali, con possibilità di invio diretto della domanda d’iscrizione all’Agenzia stessa. Questa Agenzia di fatto sostituirà il CPVO (Ufficio Comunitario delle Varietà Vegetali) che finora si è occupato della protezione delle novità vegetali. In deroga all’iscrizione al Registro, i portinnesti, il “materiale eterogeneo” e le specie non incluse tra quelle elencate nella tabella 1 potranno essere prodotti e messi a disposizione sul mercato senza appartenere ad una varietà iscritta in un Registro nazionale. Per quanto concerne la Certificazione, questa sarà condotta sotto supervisione ufficiale, che prevedrà anche l’accreditamento degli operatori del settore. Pur rimanendo un certo scetticismo sulla funzionalità di un tale provvedimento, in considerazione delle specifiche peculiarità di ogni specie (per i tecnici è incomprensibile come specie a propagazione gamica ed agamica possano essere considerate alla pari, quando sono ben note le problematiche insite al loro processo di produzione), è pur vero che per le sementi e i materiali di moltiplicazione dei fruttiferi, da sempre sottoposti ad un regime di controlli e certificazione ben chiari, normati e puntigliosi, i cambiamenti previsti potrebbero non sconvolgere più di tanto il nostro settore professionale, pur richiedendo uno stato di massima allerta per non appiattirsi verso livelli qualitativi al ribasso. Anzi, è previsto un ruolo attivo ed una maggiore responsabilità del produttore con la possibilità che i controlli ufficiali possano essere svolti anche da organismi privati registrati ed accreditati, non necessariamente ricadenti nella sfera pubblica. Enunciati gli obiettivi e come raggiungerli, con riferimento alla produzione e alla commercializzazione di materiale riproduttivo vegetale, il Regolamento prevede che esso non verrà applicato al materiale riproduttivo vegetale destinato a: scopi sperimentali, scambio tra persone diverse dagli operatori professionali (materiali di nicchia), banche genetiche per la conservazione del germoplasma. Una prima lettura del Regolamento ha permesso finora di evidenziarne alcune criticità, tra le quali si segnalano le definizioni poco chiare, senza una precisa spiegazione e di difficile interpretazione di materiale eterogeneo, materiale standard e materiale destinato ai mercati di nicchia. È prevista poi l’esenzione dalle norme per le micro-imprese (con fatturati inferiori ai 2 milioni di € o con meno di 10 dipendenti) che di fatto escluderebbe la quasi totalità dei vivaisti comunitari, smantellando di fatto il sistema di controlli a ciclo produttivo e prodotto finale. Un tale assunto non tiene conto che il rischio fitosanitario è lo stesso sia che si parli di grandi vivai, sia che si parli di hobbisti, senza pensare alla corrispondenza varietale e all’utilizzo corretto delle varietà protette. Un aspetto da non trascurare riguarda la gestione del Regolamento: deve essere ribadito con forza che l’Agenzia non deve avere la prerogativa di effettuare le prove per la VCU (valore agronomico e di utilizzazione), che potrebbe portare a valutazioni differenti rispetto a quelle condotte sul territorio nazionale, proprio per le caratteristiche pedoclimatiche differenti dei siti di saggio, venendo così meno il valore ed il carattere della vocazionalità dell’area di coltivazione per una determinata varietà. In ultimo, è poco chiaro e di difficile interpretazione, l’ampio potere di delega che il Regolamento in discussione attribuisce alla Commissione. 

Le falle del sistema Italia
 
Come ben si intuisce, a livello nazionale è necessario elaborare un’approfondita analisi dei testi identificando i nodi critici per il sistema produttivo italiano e determinare così una posizione condivisa in merito ai necessari emendamenti da presentare in sede di Consiglio. Questo anche in previsione che dal 1° luglio 2014 all’Italia toccherà la presidenza del Consiglio dell’Ue che vedrà il nostro Paese gestire e coordinare questa delicata materia. Ancora una volta occorre “fare sistema” attorno a tematiche che, solo se viste superficialmente, riguardano il vivaismo, ma che invece investono sin dalle fondamenta l’intera filiera frutticola nazionale. Le autorità ministeriali, pur nella ristrettezza drammatica di personale, stanno facendo il loro meglio per evidenziare le criticità ed argomentare alcuni emendamenti da portare avanti. In questo sono coadiuvate dal mondo professionale che vive con angoscia “sulla sua pelle” i possibili risvolti che le ennesime nuove norme potrebbero far ricadere sui loro rispettivi settori. Mancano del tutto gli apporti delle associazioni di rappresentanza degli agricoltori e dei frutticoltori. A livello comunitario c’è stata una presa di posizione del Copa-Cogeca, ma si ritiene che essa vada supportata robustamente dalle rappresentanze nazionali di categoria. In questo continuo addivenire, si segnalano i comportamenti poco in linea con le norme attuali di alcuni Servizi Fitosanitari Regionali che, forzando l’interpretazione delle norme vigenti per quel che riguarda sia i materiali di categoria “CAC”, sia quelli di categoria “Certificato”, hanno dimenticato artatamente di operare in maniera delegata nel contesto nazionale e finiscono con il più becero protezionismo di singole realtà locali. Quelle che sembravano conquiste epocali con la certificazione volontaria, stanno diventando zavorra insostenibile per il vivaismo professionale che si attiene alle regole. Come ormai avviene in altri settori produttivi normati del “sistema Italia”, con il colpevole e riprovevole “placet” di molte Istituzioni periferiche, si assicura il raggiungimento di livelli qualitativi di eccellenza a chi non ne possiede i requisiti, a dimostrazione che il “brand qualificazione-certificazione” nazionale tira e permette di segmentare verso l’alto l’offerta di materiale vivaistico. E’ inutile soffermarsi ancora su cosa significhi e quali garanzie possono così essere fornite al frutticoltore che rappresenta l’utilizzatore finale della filiera vivaistica. 

Un marchio di qualità CIVI-Italia
 
Anche in questo clima d’incertezza, l’innovazione tecnica del vivaismo professionale nazionale prosegue con la proposizione continua di “know how” di elevato livello. Appare però evidente come sia sempre più difficile pianificare programmi di lungo corso a causa della labilità del quadro normativo che dovrebbe, invece, assicurare il valore aggiunto agli investimenti che ormai sono quasi esclusivamente privati. In tale ottica, assume maggior valenza e procede avanti spedito il progetto di CIVI-Italia verso una “certificazione privata” che garantisca aspetti qualitativi supplementari ai requisiti obbligatori – sugli organismi nocivi da quarantena (passaporto delle piante Ce) e norme di qualità e commercializzazione (CAC) che, come noto, sono di competenza pubblica a carico dei SFR. Il prossimo passo è quello di un confronto con le Autorità ministeriali per sottoporre le bozze ormai definite dell’organizzazione del processo privato, con riconoscimento pubblico della qualità-certificazione a marchio CIVI-Italia. A livello nazionale qualcosa di simile è già attuato; è il caso degli imballaggi in legno largamente utilizzati per le produzioni frutticole al fine di prevenire possibili infestazioni ed infezioni ad opera di organismi nocivi che sono sottoposti a precise misure fitosanitarie. Il Consorzio ConLegno – Consorzio Servizi Legno e Sughero – è stato riconosciuto dal Mipaaf con apposito decreto quale soggetto gestore a livello nazionale del marchio IPPC/FAO che garantisce la conformità fitosanitaria degli imballaggi in legno allo standard ISPM-15.bSi è individuato così un soggetto gestore – Comitato Tecnico FITOK – che, sotto la sorveglianza del Servizio Fitosanitario Nazionale, organizza e controlla la filiera produttiva degli imballaggi in legno. Tale attività si sviluppa sulla base di un regolamento per l’utilizzo del marchio fitosanitario volontario FITOK, preventivamente approvato dal Mipaaf. Le attività del Comitato sono sostenute dai contributi annuali che ogni azienda consorziata versa in base ai volumi di materiali trattati. A supporto delle attività di certificazione, il Comitato si avvale di servizi indipendenti della società di ispezione. Tutta l’attività è sottoposta alla sorveglianza del Servizio Fitosanitario Nazionale, che fa capo al Mipaaf. L’affidabilità nella gestione agli adempimenti dello standard ISPM 15 permette a FITOK di essere considerato un elemento importante istituito dal Servizio Fitosanitario Nazionale e di rappresentarlo in occasione di incontri tecnici a livello internazionale. Ciò è quanto significa FITOK per gli imballaggi. Tale organizzazione è del tutto simile a quella ipotizzata dal CIVI-Italia per i materiali di propagazione vegetali, e la pubblica amministrazione sembra accettarla di buon viso, visto che ormai mostra i suoi limiti nell’assicurare i compiti ad essa demandati meno di dieci anni fa. Si auspica che quanto proposto permetta al CIVI-Italia di essere ufficialmente riconosciuto dal Servizio Fitosanitario Nazionale quale soggetto ufficiale nell’attuazione dello strategico servizio di qualificazione-certificazione delle produzioni vivaistiche. La consapevolezza sulla sostenibilità del sistema di certificazione com’è oggi strutturato da parte di quanti vi aderiscono su scala volontaria è la base solida sulla quale si base la progettualità e le proposte di CIVI-Italia. Continua, dunque, la sfida ambiziosa del vivaismo professionale nazionale per strutturarsi ed organizzarsi in maniera da rispondere adeguatamente ad un quadro normativo che va verso l’appiattimento del concetto di qualità, che rischia di minare dalle fondamenta la filiera frutticola italiana. L’impegno del CIVI-Italia ad essere affiancato dalle Istituzioni pubbliche è riaffermato nella speranza che il futuro riservi più certezze per un settore agricolo strategico per il nostro Paese.

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