Nocciolo, concorrenza sempre più ampia ed organizzata in Campania

Si attende una stagione complicata per i produttori campani


nocciola

“In Italia, cosi come nel resto del mondo, si sta assistendo a fenomeni di crescita delle superfici agricole investite a nocciolo di cui si noteranno gli effetti sul mercato dai prossimi cinque anni. Si verificheranno aumenti percentuali a due cifre e non solo nelle regioni tradizionalmente produttrici, come Lazio, Piemonte e Campania”. È questa la considerazione di Giampaolo Rubinaccio, coordinatore “area frutta a guscio” dell’Organizzazione interprofessionale Ortofrutta Italia.
“Inutile nascondere, anche perché ampiamento pubblicizzato sui media e non solo su quelli specialistici”, aggiunge Rubinaccio, “che tale fenomeno viene governato dal Gruppo Ferrero, azienda dolciaria che sta provvedendo a fornire pacchetti corilicoli “chiavi in mano” fornendo consulenza agronomica specialistica e anche materiale vivaistico specifico e conforme”. In Italia si susseguono, in aree geografiche dove fino a qualche mese fa la corilicoltura era impensabile, riunioni nel mondo sia della rappresentanza agricola, sia istituzionale. “Alcuni esempi si ricavano dai dati sugli investimenti diffusi da alcune regioni: 5.000 ha nella sola Toscana, circa 1.000 in Basilicata, 500 in Abruzzo, importanti estensioni piantate a nocciolo in Molise, senza dimenticare il bellunese, aree della Barbagia sarda e, recentissima, la notizia che noccioli verranno piante per diversi ettari sui colli della Valtellina”.
Altrettanto sta accadendo a livello mondiale; oramai le nazioni prive di aree a nocciolo sono sempre di meno e anche sulle irte montagne del Bhutan vi sono nuovo impianti con pregiate cultivar italiane, nonché campane. Le prospettive di produzione appaiono ottimali sotto l’aspetto quantitativo, in tutto il mondo corilicolo. “L’emisfero australe (Australia, Sud Africa, Cile, Argentina, Brasile e altre piccole realtà africane) sta per inondare il mercato del Nord Europa di nocciole fresche “fuori stagione”; si prospetta che almeno un 1/3 dei fabbisogni dell’industria dolciaria mondiale possano essere soddisfatti da queste produzioni”. Se ciò dovesse ripetersi anche per l’emisfero boreale si può stimare, se non ci saranno gelate, che nel 2017 sarà superato il muro degli 11 milioni di quintali di nocciole.
“Se si sottrae il consumo mondiale, che è in crescita ed è pari a circa 8-9 milioni di quintali, si può calcolare un surplus di produzione di circa 1-2 milioni di quintali; ciò inciderà in maniera determinante sul prezzo. In questo contesto, la Campania sarà la regione corilicola del mondo che avrà le maggiori criticità quando, si presume a breve, si oltrepasserà la produzione dei 12 milioni di quintali di nocciole”. Va sottolineato che l’elevata qualità organolettica (raggiungimento dello standard “Q1”) non è da equiparare agli standard qualitativi che si possono raggiungere rispettando i diversi protocolli previsti dai disciplinari regionali di produzione integrata o da quelli delle varie denominazioni protette.
“Per la Campania”, sostiene Rubinaccio, “situazioni positive si possono rilevare nelle aree produttive dove la meccanizzazione permette un abbattimento dei costi, nelle aziende dove si impiantano cultivar “moderne e funzionali” oppure in quelle che ricadono in aree a denominazione e scommettono sulla valorizzazione commerciale dei territori di origine, al di là dei soli aspetti di qualità”. Gli standard con cui sono comprate le nocciole sono stati comunicati, sta al mondo produttivo adeguarsi. “Barriere fitoiatriche non ce ne sono più e anche i limiti di aflatossine sono stati raddoppiati in quanto, con un parere “interpretativo”, l’Efsa ha agevolato le importazioni dai Paesi extra europei”. Se fino ad oggi le nocciole italiane sono riuscite a fronteggiare la concorrenza è perché il prodotto proveniente dal nostro competitor più vicino (la Turchia; ndr) viene ancora “colto” e non raccolto o raccattato. “Le nocciole in Turchia sono colte, in gran parte, dalle piante, con grandi limitazioni nella gestione delle fasi post-raccolta. Da qualche anno, però, i nuovi impianti non solo vengono posizionati in aree vocate per l’applicazione di tecnologie pari o superiori alle nostre, ma vengono utilizzare le nostre stesse cultivar, anche quelle potenzialmente tutelate dalle denominazioni comunitarie”. In conclusione, i maggiori competitor per gli operatori della filiera “a guscio” della Campania sono gli stessi operatori.
“Occorre che vi sia un’analisi critica di quanto si può produrre, di come si può produrre nel rispetto inderogabile dell’ambiente e delle regole comunitarie. In Campania coltivare nocciolo vuol dire essere anche manutentori di ambienti che nel recente passato sono stati interessati da enormi tragedie, non solo ambientali; vuol dire essere soggetti imprenditoriali sani in ambienti dove è difficile, per diversi motivi, essere attori d’impresa utili”. La società civile inclusa in questi territori vive criticità sociali ed economiche non presenti in altre aree e il depauperamento della potenzialità economica dell’indotto può solo aggravare tale situazione.
“I sistemi produttivo, commerciale, industriale e dolciario devono trovare un momento di dialogo. I singoli soggetti economici devono comprendere che solo investendo tutti nella filiera è possibile avere dei benefici, se non altro per la possibilità di poter usufruire di contratti di filiera e di una rete imprenditoriale. Se ciò non accadrà ci ritroveremo a dover competere con nocciole provenienti da tutto il mondo e non per forza meno “sane” delle nostre”.


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