Nocciolo, futuro ancora incerto tra inerzia e volontà di rilancio

Un comparto che stenta a decollare nonostante le potenzialità


nocciolo

«La produzione di nocciole è molto soggetta all’alea climatica. Periodi molto piovosi in fase di fioritura che, secondo gli areali e le varietà, avviene tra fine dicembre e febbraio, gelate invernali particolarmente severe, ritorno di freddo in primavera, estati siccitose o al contrario eccessivamente piovose sono tutti fattori che determinano un calo della produzione e della resa in sgusciato». Sono le parole di Giampaolo Rubinaccio, coordinatore dell’Organismo interprofessionale Ortofrutta Italia che prosegue illustrando l’anomala situazione del nocciolo in Campania di quest’anno.
«Quest’anno si rilevano temperature medie che segnano un anticipo di circa quaranta giorni. Nelle maggiori aree corilicole campane l’inverno quest’anno non si è visto. La situazione è testimoniata da alcuni produttori che hanno l’abitudine di scattare foto lo stesso giorno sulla medesima pianta da almeno dieci anni, da qui le risultanze oggettive».
Nelle aree montane, dove sono presenti cultivar tardive come le Tonde bianche o rosse, questo si evidenzia di meno.
«Il mite andamento climatico”, aggiunge Rubinaccio, “porterà sicuramente un acutizzarsi delle malattie, alcune anche fungine. A ciò si aggiunge che in seguito alla revisione dei principi attivi da potersi utilizzare in agricoltura molte molecole, indubbiamente figlie della chimica degli anni ‘60, sono scomparse e le nuove hanno attività molto selettiva e per un limitato periodo di tempo. Pertanto, sarà decisivo l’attento monitoraggio dell’andamento climatico e degli sfarfallamenti attraverso le idonee trappole per la cattura degli insetti».
In quest’ottica desta molta preoccupazione la presenza di una nuova cimice, di origine asiatica, oramai già diffusa in Emilia-Romagna, Piemonte e nelle aree del centro Italia. «Si tratta dell’Halyomorpha halys, (cimice marmorata) che è molto più nociva per il nocciolo rispetto alle tradizionali cimici già presenti in Campania»
Poche, invece, sono le novità varietali. «Vi sono alcuni ibridi in sperimentazione che sembrano mostrare caratteristiche produttive migliori dei vecchi cloni e soprattutto sarebbero meno polloniferi. Tuttavia, i brevetti sono ancora in fase di registrazione». Riguardo alle tecniche di raccolta, in Campania, dato il microfrazionamento degli appezzamenti dove si coltivano nocciole, e l’età avanzata di parte degli operatori, si raccoglie ancora come in passato. «Circa un 30% del prodotto campano, aggiunge il nostro interlocutore, fugge da qualsiasi attività di moderna consulenza agronomica. Solo poche giovani imprese stanno ampliando la superficie aziendale, ereditata dai genitori, e hanno la capacità di adottare con rapidità e efficacia le nuove tecniche fitoiatriche avvalendosi di validi agronomi».
Quello che sembra mancare del tutto è il supporto del mondo della ricerca. «Dagli anni ‘50 a quelli ‘70”, spiega il Coordinatore dell’O.I., “nella facoltà di Agraria di Portici (Na) si diede vita alle fondamenta della fitoiatria corilicola mondiale; da allora non ci sono stati più aiuti al mondo corilicolo. Le imprese hanno necessità di modelli nuovi, di dati aggiornati poiché possono solo operare in modo selettivo per il controllo delle avversità».
Anche per quel che concerne gli aspetti commerciali, la corilicoltura campana soffre d’inerzia. «Le poche prerogative positive emergono solo quando la Turchia, il nostro più grande competitor, subisce evidenti decurtazioni di prodotto a causa di avversità meteorologiche. I mercati internazionali scelgono il prodotto campano solo se ha un prezzo competitivo».
Fa eccezione la cultivar Giffoni che però è ormai coltivata più nel resto del mondo che non in Campania. «Si stima che solo un 5% di quanto viene prodotto al mondo abbia origine nell’area dei “picentini” e che solo un suo 20% sia certificato. Le caratteristiche positive possono distinguersi solo se si produce alta qualità, con cultivar tonde, Giffoni innanzitutto, perseguendo contemporaneamente una razionalizzazione estrema dei costi di gestione».
Insomma, occorre che il seme della cooperazione trovi finalmente terreno fertile in questo comparto. «La scarsa propensione all’associazionismo resta il principale limite della corilicoltura regionale e temo che, nel prossimo futuro, i prezzi potranno ricollocarsi attorno ai 200 euro quintale determinando, sicuramente, una fuga in massa dal comparto».


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