FOCUS ACTINIDIA –

La coltivazione dell

Non restiamo alla finestra

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La coltivazione dell’actinidia si sta evolvendo a grandi passi: la commercializzazione e il consumo dei frutti a livello globale, gli aspetti nutraceutici, ma anche le “problematiche fitosanitarie” ne hanno ormai definitivamente sancito l’appartenenza ad un gruppo di colture di interesse internazionale, da verificare sistematicamente, ogni anno, nei comportamenti specifici, in particolare per gli adattamenti geografici della coltivazione, per gli indirizzi varietali, per i modelli di coltivazione, le quantità prodotte, le tendenze nei consumi, le avversità fitopatologiche. Si cerca di capire alcuni punti chiave che permettano di agevolare in modo particolare soprattutto il collocamento del prodotto in relazione alle aspettative dei consumatori, mantenendo però la redditività della coltura.
Si sottolinea questo aspetto perché è ovvio che tutti gli attori di una filiera si aspettino una adeguata remunerazione, ma se manca il reddito dell’agricoltore poi mancherà la coltivazione, e quindi il prodotto e quello che imane (chissà in quale parte del mondo) può scadere molto di qualità e servizi al consumatore. Non giova a nessuno che, anche nelle filiere corte e dirette, ci sia qualcuno che sistematicamente gioca il ruolo della cenerentola, come è successo quest’anno per quasi tutta la frutta estiva.
Cercherò di esaminare alcuni dei punti chiave con la logica di come dovrebbe essere il futuro prossimo per i principali prodotti frutticoli e non solo.

Programmazione degli impianti

La programmazione delle superfici coltivate per il kiwi deve considerare tutti i continenti, poiché la maggior parte delle varietà di oggi è conservabile per molti mesi e fa già commercialmente il giro del globo. Non è possibile programmare le coltivazioni e quindi le produzioni destinate all’offerta? Prendiamone amaramente atto. Però in qualche maniera le superfici vanno pilotate. Durante l’annuale incontro sulle previsioni di produzione dei due Emisferi e che si svolge all’interno dell’IKO (“International Kiwifruit Organization), organismo composto dai produttori organizzati dei maggiori Paesi al mondo, se escludiamo momentaneamente la Cina (casa madre botanica del kiwi), per il 2014 emerge ancora una volta che l’Italia è il primo produttore globale, seguita nell’ordine dalla Nuova Zelanda e dal Cile. Due Paesi dell’Emisfero Sud e uno (fra poco anche la Cina in export) di quello Nord che fortunatamente in parte sono complementari come periodi di commercializzazione.
Durante l’incontro IKO 2014 è emerso che a causa della batteriosi e di una pesante gelata del settembre 2013 in Cile la produzione è rimasta al di sotto dei livelli elevati di qualche tempo fa e, quindi, si sono create le condizioni per un mercato in equilibrio, a favore soprattutto dei produttori che hanno potuto godere di quotazioni in rialzo fino all’inizio della campagna di vendita dei Paesi dell’Emisfero Nord. Come evolveranno, di conseguenza, le superfici e quindi le produzioni? Se il kiwi (pare che il termine actinidia non sia gradito dai consumatori!) andrà bene commercialmente, ci sarà una corsa all’aumento delle superfici, fino ad arrivare ad inflazionare anche questo prodotto sui mercati internazionali? Qualcuno dice di no, se saremo bravi a incrementare vecchi e nuovi consumi. Qualcuno dice “ni”, temendo che i consumi rimangano stabili, viste anche le crisi economiche in atto.
Vari Paesi emergenti stanno aumentando le superfici coltivate: Iran, Turchia, Uruguay, Brasile, Argentina, Sud Africa; altri rimangono stabili o calano leggermente. La conclusione è: forse già su questo versante è meglio cominciare ad organizzarsi. Come? Una strada è avere il coraggio di mettere in tavola, Paese per Paese, la realtà delle superfici e delle produzioni, compresa l’evoluzione prevista nel medio periodo. Più aggressiva è la soluzione di perseguire la gestione in esclusiva delle nuove varietà che permette di fotografare in continuo i programmi di coltivazione/produzione e gestirne/controllarne i comportamenti di mercato.

Innovazione varietale

Con l’aumento delle conoscenze scientifiche sulla variabilità genetica della specie e il conseguente nuovo e migliore approccio al miglioramento genetico di livello internazionale, la porta da cui “buttar dentro” nuove varietà è sempre più grande e aperta. Soprattutto se diventa prioritario vendere piante, prima che frutta. Le domande/riflessioni sono le seguenti: entriamo a gamba tesa sul mercato con nuove varietà (magari poco testate sul consumatore) e rischiamo di arrivare al caos varietale già riscontrabile in altre specie in virtù del libero mercato e degli interessi particolari? Oppure facciamo gli attendisti e così non ci evolviamo mai? Una prima risposta su cui riflettere è che occorre introdurre nuove varietà considerando prioritario il gradimento, quindi l’assenso al consumo di una gran massa di consumatori. Il kiwi ci permette ancora di scegliere con giudizio, le varietà non sono molte e le ultime vengono gestite e radiografate fino alla qualità finale.

Qualità sensoriale e merceologica

 
Il terzo punto è la qualità gustativa e commerciale del prodotto: le discussioni recenti hanno riconfermato che parliamo tanto di qualità, ma la giochiamo all’opposto del buon senso e delle regole. Sono anni che mettiamo a fuoco i momenti puntuali della raccolta, i parametri qualitativi commerciali (Europa/Unece), le regole da rispettare e le modalità di controllo, arriviamo finalmente all’”erga omnes” degli accordi interprofessionali, ma poi andiamo a scadere nei fatti. Le raccolte anticipate che annualmente si ripetono, tanto ingiustificabili quanto difficili da impedire senza una puntuale politica di controllo e sanzioni, sono state all’ordine del giorno anche all’inizio dell’ultima campagna in relazione alle forti richieste di prodotto sui mercati mondiali. Qui non facciamo commenti e li lasciamo a chi di dovere; poniamoci però una domanda: così facendo, manteniamo i consumi (o addirittura li eleviamo) oppure, ancora una volta, andiamo a svilire un prodotto frutticolo che ha nelle sue intrinseche qualità nutrizionali un alto plus-valore gestendolo malissimo sul fronte qualitativo?

Gestione della filiera e sperimentazione

 
La gestione “intelligente” della filiera, dal vivaio al consumatore, comprende la ricerca e la sperimentazione. Questo vale per tutti i prodotti ed è per questo che riprendo il concetto. Sappiamo tutto della gestione di una filiera (tecnologia, organizzazione, controllo, logistica, ecc.) e dell’importanza dell’organizzazione per avere successo sul mercato e qualificare il prodotto; però, molte volte, ogni fase della stessa agisce come se fosse un anello staccato della catena. Morale: tutti gli anelli sono isolati (magari vicini) e quindi la catena è virtuale. Con l’aggravante che spesso un anello della catena vuole o va addirittura ad insegnare agli altri come deve fare. Immaginate il risultato. Aggiungiamo anche, per non farci mancare nulla, che aiutati dai mezzi di comunicazione e di divulgazione oggi esistenti, bramosi di visibilità mediatica, mettiamo in circolazione informazioni ed insegnamenti distorti o casuali sul “come si devono fare le cose” per risolvere i problemi dell’agricoltura, creando l’effetto opposto: disinformazione e tensioni fra i soggetti della filiera, consumatori compresi. E’ un paradosso parlarne ancora, ma una di più occorre rimarcare che individuare “chi fa, cosa”, in virtù di una professionalità accreditata, sarebbe un lavorare tutti con umiltà.

Emergenza sanitaria: la batteriosi PSA

La batteriosi del kiwi, anche nota come PSA, ha colpito la specie ormai in tutto il mondo dove si coltiva questa specie. Ha fatto un bel disastro, tecnico ed economico, quindi è oggetto di profonda riflessione anche per come affrontarne le emergenze. Nuova Zelanda e Italia (in particolare Lazio e Piemonte) sono stati gli areali con i maggiori danni. Negli ultimi tempi, a seguito della capillare applicazione di tutte le prassi di prevenzione stabilite da ricercatori e tecnici con professionalità “sul campo”, fino all’abbattimento della maggior parte delle piante colpite, le infezioni e quindi gli impianti infetti non sono aumentati con l’effetto esponenziale che si era temuto all’inizio. Forse qualche ceppo antagonista del batterio ha iniziato la sua scalata e l’andamento climatico (specialmente quello invernale) degli ultimi due anni ha contenuto (in Italia) la virulenza del batterio.
Questa emergenza, però, ha insegnato ancora una volta una cosa che vale anche per altre situazioni analoghe: c’è stata una corsa “assassina” a trovare rimedi e pozioni miracolose a tutti i livelli all’inizio della sintomatologia. Creando false aspettative negli agricoltori che hanno anche speso inutilmente enormi quantità di denaro. Ovvio che sia così, ci penserà qualcuno, e vista l’ovvietà concediamola. Ma perseverare per molto tempo in questo modo è stato poco dignitoso per le aspettative che avevano gli agricoltori di fronte al rischio scomparsa della coltivazione. Unire gli sforzi della ricerca e della sperimentazione (anche per economie di scala) e per interscambio di conoscenze è stato invece fondamentale in questa situazione. Continuano progetti di ricerca per affinare ulteriormente le conoscenze sulla batteriosi e i modi per prevenirla/combatterla, ma l’esperienza ha insegnato che bisogna ormai organizzarsi per una gestione “di filiera della ricerca e della sperimentazione”. Dagli agricoltori, ai tecnici, agli sperimentatori, ai ricercatori, ognuno per le proprie competenze e professionalità.
C’è tanta aspettativa dal kiwi, in campagna tra i frutticoltori e nel post-raccolta fra gli addetti commerciali; i produttori nei vari Paesi (Italia, Nuova Zelanda, Cile) tendono a voler incrementare le superfici, visto anche la diminuzione di redditività di molte altre specie frutticole. Ragioniamo quindi per punti e per schemi, come proposto sopra, perché il futuro della frutticoltura in generale probabilmente va visto diversamente da come abbiamo fatto fino ad oggi. E non è un problema solo italiano, bensì globale. Stare alla finestra senza essere protagonisti del cambiamento non servirebbe a molto.

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