OCM ortofrutta 20 anni dopo: aiuti consistenti, ma anche criticità


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L’attuale Organizzazione Comune di Mercato (OCM) del settore ortofrutticolo vede la nascita del suo impianto base il 28 ottobre 1996 col regolamento (Ce) n. 2200/96. È invece del 18 aprile 1997 la prima circolare di attuazione emanata a livello nazionale. In quegli anni, dopo i negoziati dell’Uruguay Round, l’Ue promosse una profonda riforma della propria politica che si è sviluppata anche negli anni successivi e ha portato al deciso alleggerimento di tutta una serie di interventi diretti quali gli aiuti all’esportazione, le barriere tariffarie, i ritiri, gli aiuti accoppiati e il sistema delle quote.
Nel nuovo ordine il settore ortofrutticolo vedrà rafforzarsi, in coerenza coi risultati soddisfacenti conseguiti col precedente regolamento Ce n. 1035/1972, il ruolo delle Organizzazioni dei produttori (Op); la pietra angolare della politica del settore è infatti quello associativo, di un associazionismo capace di assumersi le responsabilità ed il rischio d’impresa per vincere le sfide con un mercato che, in funzione degli accordi internazionali, andava sempre più aprendosi e che, con la diffusione della moderna distribuzione, andava sempre più concentrandosi.
Le Op sono state in quegli anni al centro di un ampio dibattito che ne ha visto rafforzare il ruolo, ma anche accrescerne enormemente le responsabilità. Viene abbastanza facile un parallelismo tra la sfida politica affidata alle Op e quella che su tutt’altro versante è stata affidata ai Gruppi di Azione Locale (Gal) nell’ambito delle politiche dello sviluppo rurale. In entrambi i casi abbiamo situazioni problematiche, diffuse o puntuali, che necessitano di un governo con un approccio “bottom-up”. Così come i Gal da soli non potranno superare tutte le criticità di territori che presentano problemi di sviluppo per oggettive situazioni di svantaggio, anche le Op non hanno in questi anni potuto risolvere tutte le problematiche che si sono affacciate al loro orizzonte. In particolare, non hanno potuto arginare le crisi di mercato che si sono rilevate spesso più grandi e sproporzionate rispetto alle loro forze.
Proprio per questo il legislatore ha introdotto dei correttivi e, in particolare, con la riforma del 2007, oltre alla rilevante revisione degli aiuti accoppiati, di particolare impatto per i prodotti trasformati, è stato introdotto un budget specifico per fronteggiare le crisi di mercato. Dopo il 2007 è stato possibile elevare l’aiuto comunitario alle Op dal 4,1 al 4,6% del valore della produzione commercializzata. Lo 0,5% supplementare doveva essere impiegato per attivare o estendere le misure di prevenzione e gestione delle crisi consistenti in ritiri dal mercato, assicurazioni del raccolto, promozione e comunicazione, mancata raccolta e raccolta “al verde”.
L’aggregazione sotto la soglia del 50%
Ancora oggi il limite di tali misure è dato dall’ancora limitata diffusione dell’aggregazione della produzione in OP. Infatti, sebbene in questi vent’anni sia stata registrata una crescita dell’aggregazione, ancora non si è arrivati agli obiettivi inizialmente ipotizzati dalla Commissione e orientati ad aggregare il 60% della produzione. Gli ultimi dati disponibili presentati nel corso di un recente convegno tenutosi a Bologna nel quadro dell’assemblea generale dell’Areflh (Associazione delle regioni ortofrutticole europee) indicano nel 50% il livello di aggregazione raggiunto. La spesa del fondo europeo nel 2015 ha raggiunto 813 milioni di euro. In questo quadro va segnalato come il nostro Paese si confermi al primo posto per accesso al fondo con una spesa di 228,6 milioni di euro (Fig. 1).
Poiché il finanziamento europeo alimenta per il 50% il fondo di esercizio gestito dalle OP, significa che il settore ha potuto disporre nel 2015 di circa 450 milioni di euro per perseguire le finalità dell’OCM. Di questo importo la quota destinata a livello nazionale alla gestione delle crisi è stimabile in circa 40 milioni di euro (difficile fare un calcolo preciso, poiché i ritiri che vanno alla beneficienza sono a totale carico del fondo Ue). Una cifra importante, ma non significativa; se infatti immaginassimo di poterla destinare ad incrementare i prezzi di una categoria che va in crisi per sovrapproduzione o per la chiusura di un mercato come nel caso dell’embargo russo o per fitopatie improvvise, potremmo incrementarne il prezzo di 10 centesimi/kg per 400.000 t di prodotto. Ipotesi poco plausibile perché dovrebbe essere destinata in toto ad un solo prodotto e non risulterebbe sufficiente a risollevare la redditività di produzioni importanti come le pesche, le mele, le pere o l’uva da tavola.
L’Ocm non basta per evitare crisi
Anche se potessimo contare sul 100% di aggregazione, l’attuale politica di intervento non avrebbe risorse sufficienti per fronteggiare le forti cadute dei prezzi che a volte si verificano. Questa veloce e approssimativa analisi conferma, tuttavia, quanto affermato precedentemente ovvero che la soluzione delle crisi di mercato in capo alle sole Op è un compito sovradimensionato rispetto ai loro mezzi. Aspetto che ha probabilmente creato una sproporzione tra le aspettative degli agricoltori e la possibilità di soluzione delle crisi in capo ai management delle stesse organizzazioni, tale da determinare una mancanza di fiducia nello strumento aggregativo e quindi una mancata crescita delle Op nelle aree del Paese e dell’Ue dove si erano già raggiunti livelli significativi.
Il tema è nelle agende dei decisori politici e nelle modifiche al regolamento dell’Ocm (Reg. Ue 1308/2013) attualmente in vigore: vi è la proposta che per affrontare le crisi si possano alimentare misure di ingegneria finanziaria come la costituzione di un fondo mutualistico. Se quanto contenuto nel regolamento “omnibus” verrà confermato e se nella sua attuazione si potranno destinare fondi capitalizzando le risorse di più anni, se l’alimentazione del fondo sarà gestita in areali vasti e per più prodotti, magari attraverso le associazioni di Op o loro reti, si potrà perseguire l’obiettivo di avere uno strumento nuovo a disposizione dell’Ocm. Allo stato attuale sono eleggibili le sole spese amministrative per la gestione del fondo, ma non per la sua alimentazione e da quanto si evince da una relazione della Commissione al Parlamento europeo pubblicata nel 2014, questa misura insieme alla mancata raccolta o alla raccolta al verde non è di fatto stata attuata rendendo inefficace il pacchetto della prevenzione delle crisi.
Troppo poco peso a ricerca ed innovazione
Dallo stesso rapporto emerge come il grosso della spesa sostenuta dai programmi operativi si sia concentrata negli investimenti e nella strategia ambientale e risulta abbia avuto scarse attenzioni la spesa per ricerca e sperimentazione che, negli anni osservati, si è attestata intorno all’1%.
Sebbene i dati siano riferiti al periodo 2008-2010, e ci si augura che nel frattempo siano migliorati, è comunque preoccupante che per un settore in cui l’innovazione è elemento chiave per competere non vi si destinino quote maggiori. La capacità di innovazione è elemento di straordinaria potenzialità anche per aggregare nuovi produttori alle OP, in quanto la creazione o l’acquisto dei brevetti per produrre una nuova varietà non è un’operazione che un singolo agricoltore possa compiere da solo, anche solo per le probabilità di insuccesso che ci possono essere, per cui anche in questo caso occorre ripartire il più possibile il rischio e affrontarla in modo da ammortizzarne i costi nel più breve tempo possibile.
Migliorare i rapporti con la Gdo:
segmentazione ed offerta
La segmentazione dell’offerta è poi chiave di proposta commerciale per interfacciare il mercato, dove è superato il vecchio paradigma che l’aggregazione in Op dovesse servire a equilibrare i rapporti di forza con la moderna distribuzione; la sproporzione è tale che rimarrà anche in futuro. Altre sono le leve su cui agire e una di queste è, al contrario, la ricerca di un dialogo con la distribuzione alla ricerca del soddisfacimento dei bisogni del consumatore. Spostando i ragionamenti sulla conquista del consumatore attraverso prodotti a maggiore valore aggiunto, in cui i coltivatori attraverso le loro organizzazioni siano i fautori, si potrebbe abbandonare la pericolosa concorrenza basata solo sul prezzo che, nel tempo, ha portato a pratiche commerciali sleali su cui da più parti si chiede di intervenire, anche a livello di legislazione comunitaria.
Allo stesso tempo, si potrebbe arginare la perdita di consumi al dettaglio che si sta registrando in Europa. Tale fenomeno è certamente legato al cambiamento degli stili di vita, ma anche alla perdita di competitività a scaffale tra il prodotto fresco e altre referenze merceologiche più standardizzate che va contrastato con una maggiore qualità intrinseca del prodotto e un’efficace comunicazione delle sue caratteristiche nutrizionali.
Diversificare le strategie di mercato con l’export
Tra i motivi che dovrebbero portare gli agricoltori verso forme organizzate, per un Paese forte produttore di ortofrutta come l’Italia, vi è la necessità di diversificare il più possibile il portafoglio clienti attraverso l’export. Per raggiungere l’obiettivo occorre organizzazione, specializzazione, conoscenza e presidio dei mercati di destinazione. I dati sul commercio estero confermano che alla fine del 2016 il comparto ortofrutticolo ha incrementato le proprie “performance” e una parte del merito va certamente anche al sostegno dell’Ocm.
Dopo 20 anni si può affermare che la visione di puntare alla soluzione delle sfide di un comparto produttivo importante come l’ortofrutta attraverso le Op sia stata giusta e vada migliorata. Dal momento che è partito anche il dibattito sul futuro bilancio dell’Ue dopo l’uscita della Gran Bretagna, occorre sottolineare come la politica di sostegno al settore ortofrutticolo sia poco costosa per l’Unione e anche la sua attuazione sia tutto sommato tra le meno complesse dal punto di vista amministrativo e di contenuto burocratico per i produttori.n


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