Pesco, reagire alla crisi dei mercati: molte ricette, poche quelle concrete

Tanti convegni, tanti dibattiti, tante proposte, ma poco cambia nella crisi del settore peschicolo romagnolo. Le analisi critiche dei protagonisti che hanno partecipato ad alcuni dei maggiori appuntamenti ortofrutticoli romagnoli degli ultimi mesi. Da dove ripartire per non soccombere?


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Dopo l’ultima, disastrosa (e forse non ultima) annata commerciale delle pesche si sono susseguiti un po’ ovunque, e specialmente in Romagna, numerose riunioni e dibattiti, sia di caratura nazionale (in primis il XXVI Convegno Peschicolo del settembre, 2014), sia a carattere locale, con l’obiettivo di chiarire le ragioni della crisi e, possibilmente, stabilire le opportune contromosse da intraprendere per evitare il ripetersi di altre annate commercialmente infauste. Questa nota riassume brevemente quanto ascoltato, discusso e proposto in varie sedi.

Il filo conduttore che ha animato i partecipanti alle diverse riunioni è stato: “Sarà la volta buona che troviamo soluzioni pratiche ai problemi?”. Tale domanda però, non sembra, ad oggi, aver trovato una chiara risposta. È questo, in sintesi, quanto emerso sul piano propositivo degli interventi, spesso ripetitivi, critici e di forte disapprovazione dell’atteggiamento e dell’operato sia delle Istituzioni pubbliche, sia della GDO, sia delle rappresentanze dei produttori. Ma vediamo di esporre, più in dettaglio, le argomentazioni trattate, riassunte per punti.

 Aggregazione, fusioni e segmentazione commerciale

Uno degli intervenuti al Convegno Peschicolo di Ravenna si è espresso in questi termini: “Siamo tutti qui, i protagonisti a vario titolo della peschicoltura. Buone le analisi, le proposte di massima e i “bisognerebbe fare”; chiudiamo quindi le porte della sala ed usciamo solo quando ci saremo messi d’accordo sulle cose da cominciare a fare da domani. Chi fa, come fare, quando e dove”. La richiesta, però, non è stata accolta ed ognuno sarà rimasto convinto della bontà della propria visione e di un corretto comportamento nell’ambito del proprio ruolo. Quindi, un vero passo in avanti non è stato fatto.

Cosa era stato detto di particolarmente importante? Che nel prezzo pagato al produttore mancano 0,2 € (cioè il prezzo delle pesche avrebbe dovuto raggiungere almeno 0,4-0,5 €/kg in campagna) per poter essere “sostenibile” e retribuire il lavoro dei produttori. Alcuni centesimi possono ancora essere trovati nella riduzione dei costi di produzione, anche attraverso l’innovazione genetico-varietale, tecnologica ed organizzativa (attenzione però a che questo non avvenga a scapito della qualità del prodotto), ma la maggior parte di questa integrazione di prezzo deve venire dal mercato, riempiendo di significato due parole ingredienti di una specie di formula magica: aggregazione e segmentazione. Poi, il marketing, che deve affinare gli strumenti di presentazione e valorizzazione sul mercato.

È stato il prof. Carlo Pirazzoli (Università di Bologna), presentando l’analisi dei costi di produzione, a sollevare la questione dei 15-20 centesimi di € che mancano alle “liquidazioni” del prezzo pagato ai produttori; da dove prenderli? Dal mercato, propone lui, organizzando l’offerta mediante l’aggregazione della stessa. Sussiste anche il problema del ricarico eccessivo del prezzo sulla frutta da parte della distribuzione, non solo dalla GDO.

L’innovazione sarà valida se consentirà di offrire al mercato un prodotto che si distingue: allora bisognerà che il prodotto realmente abbia delle caratteristiche di distinzione e poi che queste vengano comunicate in maniera efficace lungo la filiera fino al consumatore finale.

L’aggregazione intesa come fusione di strutture nell’ambito della stessa area “politica” può portare certamente ad una razionalizzazione della gestione di grandi quantità di prodotto dall’impianto del frutteto fino alla vendita ai distributori finali, con una riduzione dei costi; ma non basta per aumentare i prezzi di vendita e, di conseguenza e in ricaduta, la remunerazione al produttore, se rimane in concorrenza con un’altra realtà, di un altro “colore”, che si presenta anch’essa agli stessi acquirenti. Ciò che occorre è l’aggregazione nella fase commerciale del prodotto lavorato e confezionato.

Alcune grandi realtà ammettono questa necessità: si potrebbero così fare anche delle azioni di valorizzazione di grandi quantità di prodotto; bisogna arrivare ad un “Venditore Unico”, seguendo l’esempio di Melinda. Speranze perciò sono riposte nelle strategie promosse dall’organizzazione interprofessionale pesco, da poco costituita.

 L’interprofessione

L’Organismo Interprofessionale (OI) delle pesche, a differenza di quanto avvenuto per pomodori e kiwi, stenta a decollare. Intanto, questa aggregazione dovrebbe poter funzionare e ancora non sembra esserci riuscita significativamente. Occorre un vero confronto fra rappresentanti della produzione e della distribuzione per coordinare azioni condivise. Tuttavia, non è ipotizzabile un dialogo con la distribuzione se i detentori dell’offerta (la produzione) non sono prima tra loro coordinati. Quest’ultimo aspetto, in alcuni casi, resta ancora una priorità da raggiungere.

Secondo il suo Presidente Nazario Battelli (intervenuto a Macfrut, Cesena), l’OI è lo strumento operativo ufficialmente costituito e riconosciuto per affrontare il mercato, ponendo attorno allo stesso tavolo l’offerta e la domanda di prodotto. Ma per fare in modo che le regole decise in sede OI vengano applicate a tutto il settore, per essere quindi vincolanti per tutti (erga omnes) devono diventare obbligatorie anche per chi non ha sottoscritto l’accordo. Tuttavia, queste condizioni oggi non ci sono poiché le OP controllano meno del 50% della produzione.

Gli aspetti salutistici delle pesche

L’ortofrutta fa bene, bisogna mangiarne di più. Contiene i carboidrati “buoni”; anche i prodotti da forno contengono i carboidrati; ma quelli sono sospettati di “non fare così bene”. E allora il dott. Pugliese di Conad, che deve vendere gli uni e gli altri, come fa? Beh, oggi parliamo bene della frutta! Bisogna dare un’informazione ragionata.

La parte del padrone la fanno gli esperti di marketing; Roberto Della Casa a Cesena ha affermato che la concorrenza è spietata e lo stomaco ed il portafoglio del consumatore non sono molto elastici. Dobbiamo aguzzare l’ingegno per sviluppare il consumo dell’ortofrutta; anche perché dobbiamo competere con chi vende il “formaggino Mio” additivato alle carote: le escogitano tutte queste multinazionali del fast-food!

Al secondo giro di Pugliese vien fuori che insistere nel comunicare che la frutta fa bene, come se fosse un farmaco, è sbagliato. Prima deve piacere, poi farà anche bene. Occorre lanciare dei messaggi di tendenza. Anche per lo chef “la frutta deve essere una roba da fighi, non da sfigati”.

Unire il prodotto, non i produttori

A Ma®ca (Bologna), una parte dei discorsi già sentiti ritornano. Bisogna organizzarsi e aggregarsi per distretti produttivi e non per colore politico; ad es. le mele del Trentino e Alto Adige, il Parmigiano Reggiano in Emilia, l’Arancia Rossa di Sicilia sono esempi di successo. Le pere Abate Fétel dell’Emilia-Romagna (che abbiamo solo noi), possibile che non riusciamo a valorizzarle? (la nota qui riportata è stata scritta prima della nascita del nuovo progetto di aggregazione delle pere emiliano-romagnole che fa capo ad Opera; ndr). Si afferma che per vendere un prodotto bisogna fare buona comunicazione, anche sul valore immateriale che c’è dietro: la storia, l’ambiente di coltivazione, il processo produttivo. Detto in altri termini, bisogna aggregare valore al prodotto, renderlo riconoscibile.

Dibattito continuo

Il dibattito che si origina con il pubblico che assiste ai convegni, piuttosto che alle adunanze di vario genere, dovrebbe consistere in domande di chiarimento e commenti puntuali sulle relazioni ascoltate, eventualmente di dissenso, ma anche di proposta operativa; il moderatore di turno dovrebbe condividerle con i presenti, farle sue e proporle nelle sedi decisionali pubbliche o commerciali, tutte comunque di forte impatto sociale.

Ecco alcuni esempi di argomentazioni ascoltate, ma politicamente non corrette: “… le organizzazioni fanno da tappo ad iniziative di mobilitazione contro la crisi. Sono troppe le organizzazioni che vivono sul nostro lavoro; ci stanno soffocando…”. “A carico dei produttori ci sono troppi adempimenti burocratici, come le certificazioni di processo. Le organizzazioni “professionali” dovrebbero difendere la nostra dignità.”

All’incontro degli “agricoltori trasversali” avvenuto recentemente a Reda di Faenza, le aspettative erano molte. Il tema era: “L’agricoltura può tornare ad avere una dignità ed un reddito?”. Occorreva una risposta positiva per poter contribuire a risolvere o prevenire un’eventuale ulteriore crisi nel 2015. Riportiamo in sintesi le considerazioni espresse dai relatori: Siamo fortunati ad avere il nostro sistema organizzato. Ci vuole però più organizzazione per aggregare produzioni e affrontare i mercati grossi e lontani” (affermazione di Roberto Della Casa). “Gli acquirenti ragionano per territori e anche noi dobbiamo ragionare per distretti produttivi. Ci vorrebbe un progetto per la frutticoltura in Emilia-Romagna ed in Italia, ma per le pesche, forse, il venditore unico sarebbe un suicidio. Troppa variabilità di prodotto”. Mercuri (Fedagri), dal canto suo, ha sottolineato alcune inefficienze, soprattutto al Sud, mentre in Emilia-Romagna c’è aggregazione, grandi gruppi associati, sebbene non siano sufficienti. Guidi (Confagricoltura) ha ribadito che “Agrinsieme è un esempio; al suo interno c’è unione fra organizzazioni professionali e cooperative, insieme per la prima volta. Perché non facciamo una vera aggregazione anche dei soggetti commerciali?”

Proseguiamo con le annotazioni raccolte dal pubblico. Emergono interessi contrastanti lungo la filiera che si riflettono sulla complessità del mercato, compresa la segmentazione. Esiste una concorrenza orizzontale tra insegne (marchi) circa la segmentazione qualitativa del prodotto e la sua valorizzazione, che è a carico di chi produce. Un “fuoriuscito” dalla Coldiretti afferma di avere le carte in regola per sparare sulle rappresentanze professionali: “la base si deve riappropriare del proprio destino”.

Durante il dibattito sono state espresse anche alcune responsabilità di Confagricoltura sulla gestione della cooperazione, citando ad esempio l’insoddisfacente gestione dei Consorzi Agrari. “Da 10 anni si parla di segmentazione e di venditore unico; ma le cooperative e le OP non hanno sposato concretamente tale strategia. La produzione organizzata trae vantaggio dall’OCM per avere i contributi che servono a mantenere le strutture, i famosi contributi del 4%. Bisogna distinguere tra buone e cattive cooperative”

Purtroppo i problemi ci son ancora sul tavolo. Ancora troppi gli equivoci, troppo discordi le opinioni, forse guidate da motivazioni diverse. Il nuovo Assessore all’agricoltura della Regione Emilia-Romagna Simona Caselli, esponendo gli elementi più qualificanti del programma che intende realizzare, si è detta soddisfatta dell’incontro con gli imprenditori frutticoli di Faenza: “…bene che si parli e ci si confronti. La riunione, però, potrà definirsi utile solo nella misura in cui si deciderà e non si continuerà a tergiversare. L’importanza delle aggregazioni delle singole produzioni per affrontare il mercato è ormai dato certo e le diverse forme di associazionismo saranno privilegiate per poter accedere alle azioni previste dal nuovo Piano di Sviluppo Rurale”.

Quando passeremo dalle parole ai fatti?

 


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