Potatura e forme di allevamento: sostenibilità e funzionalità

La gestione dei nostri frutteti secondo gli attuali criteri presenta un rapporto costi ricavi, un impatto ambientale e sociale sostenibile per le generazioni future?


potatura

Fra i diritti fondamentali che Thomas Jefferson inserisce nella dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America ci sono la tutela della vita, della libertà e la ricerca della felicità. Ammesso che siamo riusciti a raggiungerli, almeno in parte, anche nelle nostre campagne rimane un grande dilemma: saranno duraturi? La gestione dei nostri frutteti secondo gli attuali criteri presenta un rapporto costi ricavi, un impatto ambientale e sociale sostenibile per le generazioni future? Mi sembra di no a giudicare dagli abbattimenti dei frutteti ritenuti obsoleti dopo pochi anni dall’impianto! Probabilmente è necessario introdurre un elemento nuovo fra i diritti/doveri della nostra frutticoltura: la ricerca della sostenibilità. È un diritto e quindi va preservato anche grazie ad alcune scelte della società che dovrebbe accettare una ragionevole remunerazione dei fattori aziendali della produzione in frutticoltura e non solo del settore commerciale. Tuttavia è anche un dovere per gli imprenditori frutticoli che devono perseguire con tutte le loro forze i miglioramenti messi a disposizione dal progresso. Devono migliorare le conoscenze eco-fisiologiche che permettono di ottenere produzioni di qualità tutti gli anni e mantenere non inquinato l’ambiente di coltivazione, risorsa rinnovabile, ma estremamente fragile.
È un inizio ambizioso per un editoriale sulla potatura, ma la frutticoltura deve essere ambiziosa, perché finora ha dimostrato di saper manipolare l’albero e il sistema di produzione con una sapienza non marginale. Il percorso, iniziato con il processo di specializzazione e intensificazione a inizio ‘900, si è evoluto con la difesa integrata negli anni ’80 del secolo scorso. Questo ha permesso di superare il paradigma riduzionistico della lotta contro i parassiti e della concimazione per fornire i nutrienti secondo un bilancio nutrizionale, passando ad una frutticoltura integrata e poi biologica che gestisce l’agro-ecosistema. La visione olistica di sistema che sta alla base di questa rivoluzione include la fertilità del terreno, il benessere degli operatori e quello dei consumatori, sempre più interessati alla sicurezza alimentare e agli aspetti salutistici, oltre che alla semplice disponibilità di cibo. Il valore della frutta, poi, oggi include anche la difesa del territorio, del paesaggio e dell’identità culturale. L’evoluzione della potatura diventa perciò la metafora di questo nuovo ordine, capace al tempo stesso di dare stabilità alle produzioni, qualità e benessere agli operatori, senza lesinare bellezza del paesaggio e benessere ai consumatori. È la ricerca della sostenibilità!
In un contesto sistemico la scelta della forma di allevamento e la gestione della potatura sono fondamentali per raggiungere la sostenibilità economica dei nostri frutteti, ovvero produzioni di qualità a costi accettabili per i diversi segmenti di mercato cui i produttori di zone frutticole molto diverse si rivolgono. I sistemi di allevamento devono rispondere ad un continuo rinnovamento varietale, ma anche minimizzare il rischio ambientale ed essere compatibili con i cambiamenti sociali che riducono in molte zone la disponibilità di manodopera familiare e qualificata. La forma di allevamento si è quindi evoluta da semplice forma geometrica a forma funzionale agli obiettivi da raggiungere, capace di assecondare la fisiologia della specifica combinazione d’innesto e la complessità della gestione.
Non esistono ricette e anche il nome delle forme di allevamento è oggi solo parzialmente capace di rappresentare gli elementi che le caratterizzano. Ugualmente, le scelte inerenti la potatura di produzione richiedono una preparazione sempre maggiore e una flessibilità elevata nell’uso di operazioni meccaniche e manuali, spesso possibili solo in determinati momenti e con personale non formato e privo di una specifica esperienza nella gestione delle forme di allevamento più moderne. I sistemi d’impianto sono sempre più complessi e sofisticati, ma sono gestiti con potatura annuale minima, necessaria per poter raggiungere le prestazioni volute e superare il punto di pareggio dei costi, ma anche per rendere massima la resilienza ad andamenti climatici sempre più spesso imprevedibili e dannosi.
Le forme di successo sono diverse a seconda dell’ambiente e delle condizioni socio economiche del territorio perché integrano i fattori della produzione localmente disponibili nel modo migliore. Ci sono forme più facili e autonome, ma difficilmente meccanizzabili, e altre forme più difficili ed esigenti, ma che se ben gestite consentono una maggiore meccanizzazione e una minore incidenza della manodopera sul costo di produzione. In ogni caso, la potatura di produzione ha un ruolo chiave per garantire qualità e costanza in tutte le forme di allevamento proposte. Alla domanda su quali soluzioni tecniche siano più sostenibili per l’allevamento e la potatura è quindi difficile dare una risposta unica.
Il paradosso della Spagna ci deve essere di esempio: dopo avere messo a punto forme di allevamento a vaso basso facilmente meccanizzabili per alcune importanti operazioni (vaso catalano per il pesco e vaso spagnolo per il ciliegio), si ritrova ora a inseguire le forme di allevamento a fusetto diffuse da anni in Romagna per il pesco e in Trentino Alto Adige per il melo e per il ciliegio. In questo caso la rincorsa è guidata dalla necessità di effettuare coperture antigrandine e in alcuni casi antipioggia e/o antinsetto, efficienti e facili da gestire assieme a un buon livello di meccanizzazione che includa il diradamento dei frutti e almeno un intervento di potatura verde. In effetti, il fusetto e le sue varianti, se bene gestite, consentono questo tipo di coperture e di meccanizzazione.
L’albicocco, che tanto fa parlare di sé in questo periodo di forte innovazione varietale, sta seguendo la stessa strada con forme di allevamento in parete che sembrano più dei candelabri piuttosto che delle palmette, avendo due o tre assi verticali per albero. Con l’albicocco solo in alcuni casi l’asse colonnare (e il fusetto) può funzionare, ovvero laddove ci sia un uso di potatura verde ben ponderato e puntuale. A molti viene in mente di rispondere alla domanda sulla sostenibilità della potatura con una soluzione semplice: dove sono disponibili portinnesti nanizzanti si può fare una potatura semplificata in impianti intensivi riducendo costi e migliorando la produzione. Ma non è sempre così; per alcune specie il portinnesto nanizzante è la chiave per trovare la soluzione, ad esempio lo è stato l’M9 per il melo, principalmente con i suoi cloni migliori, che uniscono alla nanizzazione altri positivi impatti sulla fruttificazione e sulla qualità dei frutti, con risvolti utili nella gestione dell’impianto. Il successo dell’M9 comincia dal comportamento in vivaio, a partire dalla facilità di propagazione e dalla eccezionale crescita indotta sugli astoni, fino alla possibilità di ottenere la ramificazione sillettica (anticipata). Simile, anche se meno generalizzabile per una diffusa disaffinità varietale, è la situazione del pero su Cotogno C o Adams e del ciliegio su Gisela 5 o 6. Tutte specie che hanno in comune una buona attitudine produttiva su lamburde e dardi fruttiferi, in grado di produrre più anni senza perdere qualità, soprattutto se ben diradate.
I produttori di pesco, susino e albicocco non hanno perseguito questa soluzione, seppure portinnesti nanizzanti siano disponibili, perché la produzione migliore è sui rami misti e/o brindilli e solo su poche varietà su dardo giovane di un anno. In queste condizioni non conviene nanizzare attraverso il portinnesto, ma è molto più utile attuare una serie di strategie per controllare il vigore attraverso portinnesti equilibrati e tecniche di gestione integrate per regolare la produzione. La stessa strada è stata seguita per l’olivo ad alta densità, raccoglibile in continuo con macchine scavallatrici; non si usano portinnesti nanizzanti, ma varietà molto fertili, con una intensa produzione di rami misti e un ciclo di produzione della branca molto lungo, anche 4-5 anni, che ritarda la necessità di interventi di potatura di rinnovo.
Forme di allevamento funzionali e potatura minima, a volte meccanica e indiscriminata e a volte manuale e selettiva, sono diventate oggi la vera rivoluzione. La forma di allevamento deve consentire, ad una determinata combinazione d’innesto, di rispondere facilmente ad un taglio massale senza perdere qualità dei frutti e, al tempo stesso, deve permettere facili tagli di rinnovo per sfuggire all’alternanza di produzione e mantenere la forma nel tempo con un ridotto impiego di manodopera.
Quali tecniche di allevamento
e potatura sono più sostenibili
In Emilia-Romagna analizzando quattro specie diverse (pesco, ciliegio, albicocco e susino; CRPV 2012), allevate con sistemi di impianto a diversa intensità (da poche centinaia fino a 6.000 piante per ettaro), si è avuta una visione d’insieme e una chiara risposta. Non esiste una forma di allevamento che garantisce un minore uso di mezzi di produzione per kg di frutta prodotta. Si possono fare impianti a bassa densità e commettere comunque errori di gestione che si ripercuotono sull’uso dei mezzi tecnici rendendoli poco efficienti. D’altra parte, si possono realizzare e gestire impianti ad alta densità efficienti e in grado di produrre con un minimo di mezzi esterni per kg di frutta senza perdere qualità e costanza. La coerenza nelle scelte impiantistiche e di gestione è il fattore chiave per raggiungere il risultato economico atteso e ridurre l’impatto ambientale della coltivazione, aumentando la qualità dei frutti.
Un errore del sistema economico attuale, che ovviamente non dipende solo dalla sua parte agricola, è spingere il frutticoltore a forzare le tecniche in funzione di parametri non sostenibili da un punto di vista ambientale, sociale e alla fine economico. Se l’esasperata ricerca dell’abbassamento dei costi passa attraverso un reale miglioramento delle conoscenze questo può portare a tecniche più sostenibili, ma se l’impatto sulla coltivazione si riduce solo a una maggiore pressione sull’ambiente e sul sistema sociale agricolo questa non rende stabili (e sostenibili) i sistemi; li destabilizza e basta.
Quindi, l’evoluzione ragionevole e prevedibile dei nostri impianti è il passaggio da forme geometriche a forme funzionali con introduzione della potatura minima. Sistemi sostenibili per il pesco in ambienti con stagione di crescita corta (Nord) possono essere il vaso ritardato (o altre varianti di vaso basso), la palmetta libera, il fusetto (utile anche al Sud per diverse ragioni economiche e sociali) a seconda della varietà, del grado di intensificazione e di meccanizzazione che si vuole raggiungere. Quest’ultimo punto è legato al tipo di organizzazione aziendale e alla disponibilità di manodopera nel contesto locale. In regioni con stagione di crescita lunga (Sud) si possono proporre il vaso catalano e l’Ipsilon libero, ma questo potrebbe andare molto bene anche in zone collinari dell’Italia centro-settentrionale. La spinta al cambiamento deriva dalla necessità di avere una più rapida entrata in produzione in risposta al sostenuto ricambio varietale. L’obiettivo ultimo è la riduzione della manodopera per kg di frutta prodotta, ovviamente una volta che l’azienda è riuscita a spuntare un buon contratto di conferimento che permetta di coprire i costi di produzione.
L’evoluzione della potatura di produzione persegue il passaggio da una potatura “precisa” a una potatura “efficiente”. Si avvale di una maggiore sensibilità sulla importanza dell’epoca di intervento, ipotizzabile in tre periodi: fine estate (pre-potatura invernale), inverno (in fase di riposo), primavera (intervento precoce subito dopo l’allegagione, capace di favorire e controllare la crescita di rami produttivi ben disposti e facili da gestire nell’anno successivo). La gestione delle epoche dipende da molti fattori ambientali e fisiologici (vigore, produttività, ecc.), ma si potrebbe recuperare una frase di Manaresi per spiegarla in modo semplice: “tanto più ci si avvicina al centro dell’estate e tanto più l’effetto della potatura sul vigore si riduce”. Ovviamente è vero anche il contrario: potando in inverno si creano i presupposti per avere una vigorosa risposta al taglio. Ma se è vero questo modello, lo si può applicare a diverse parti dell’albero per ottenere la risposta ideale. Ecco che una parete bassa di olivo può essere potata con taglio selettivo (a mano ovvero scegliendo i rami/branche da raccorciare in un ciclo poliennale, una ogni 4-5 branchette produttive) in inverno (alla fine dei grandi freddi per limitare il rischio di danno) e a macchina, indiscriminata, in alto, quando la pianta in estate ha superato l’altezza consentita dal passaggio della macchina scavallatrice. Se facessimo il contrario avremmo una bella siepe….da foglia!
Il cambiamento della potatura deriva anche dall’introduzione di nuove varietà molto produttive e capaci di produrre bene su rami deboli e brindilli. L’integrazione nella gestione dell’irrigazione localizzata e, in modo crescente, della fertirrigazione e un perfetto diradamento (meccanico o chimico, con un eventuale passaggio veloce a mano) ci permette di raggiungere pezzatura e qualità elevata e, facendo un conteggio delle ore di lavoro, anche un abbattimento dei costi. In questa direzione si è mossa la potatura lunga del melo che ha avuto successo laddove il vigore era troppo elevato per mantenere piante relativamente piccole con il taglio di ritorno. Il taglio di ritorno è un’eccezionale tecnica di taglio, è utile per gestire il vigore su piante deboli in modo selettivo nelle diverse posizioni dell’albero, ma richiede una grande maestria e in fondo poco vigore dell’albero. In definitiva, non è possibile meccanizzare il taglio di ritorno, e così anche per il melo, pur potendo effettuare la potatura meccanica, si è dovuto sempre rimandarla a dopo l’inverno. Si può effettuare in estate per ridurre l’ombreggiamento dei germogli in crescita, come anche per il pesco e in parte per il pero.
La potatura lunga si è basata su un altro paradigma: una volta creato un equilibrio la pianta lo gestisce per molti anni e questo la rende conveniente dopo un maggiore costo iniziale. Ci si accanisce per qualche anno, si fa una potatura selettiva centrifuga (ovvero che porta le gemme a frutto verso l’eterno), si lascia lavorare la cima delle branche e si crea un camino vuoto nella parte interna per fare entrare la luce. La potatura a questo punto si riduce veramente a pochi interventi facili e ripetibili. È vero, si può gestire l’albero in modo così semplificato, ma se non si vuole perdere pezzatura serve anche un ottimo diradamento e non si devono fare invecchiare i rami corti (dardi e lamburde) per cui ogni tanto occorre ripartire da zero con un taglio di rinnovo (almeno su specie come il ciliegio o con varietà a frutto piccolo). Diverso è il caso di varietà vigorose con rami molto lunghi e tendenza all’alternanza (viene in mente la mela Fuji) dove una potatura lunga e un buon diradamento possono dare ottimi risultati, confrontabili con quelli di varietà deboli e molto produttive gestite con taglio di ritorno. Il taglio di ritorno può perfino essere considerato un taglio di diradamento perché diminuisce il carico di gemme a frutto. Ovviamente serve il diradamento dei frutti e un’appropriata gestione della fertirrigazione se si vuole avere il massimo della qualità e della conservabilità del prodotto, e una buona differenziazione delle gemme per l’anno successivo. Con la potatura lunga rimane la necessità di un maggiore spazio fra le piante e fra le file per consentire lo sviluppo del ciclo produttivo su rami lunghi, che nel primo anno possono essere anche oltre un metro e che in seguito, aprendosi verso l’esterno e senza raccorciamenti, si caricano di gemme a frutto su rami corti e quindi non espando la chioma in dimensione, ma solo in fasce produttive. Queste non devono essere ombreggiate dalle piante vicine (sulla fila e tra le file) per non perdere pezzatura e qualità negli anni.
Si otterrà la sostenibilità?
Si preannuncia, in definitiva, una maggiore diffusione delle forme in parete e ad asse centrale (fusetto a densità medio-alta e asse centrale a densità elevata). I vantaggi vanno oltre alla rapida entrata in produzione e si estendono alla più facile copertura antigrandine e antipioggia e, in alcuni casi, all’uso di reti antinsetto e nella meccanizzazione di alcune operazioni, in particolare di almeno un intervento di potatura verde. Viene anche favorito il diradamento meccanico dei fiori/frutti, eventualmente seguito da un intervento manuale, comunque rapido in piante in parete.
Il risultato è una maggiore protezione contro gli eventi calamitosi e la riduzione del costo del lavoro per unità di produzione. La maggiore tempestività degli interventi in potatura verde e il pre-diradamento in fioritura possono rendere più efficaci le altre operazioni di potatura invernale. La migliore penetrazione della luce consentirà rami più lignificati e gemme di maggiore qualità. Tutto questo se fatto in modo coerente con la presenza di coperture, la gestione del terreno, l’irrigazione e la concimazione porta a una minore necessità di interventi di difesa. Nel complesso, la nuova impostazione funzionale della potatura può portare a una maggiore sostenibilità ambientale, economica e sociale dei nostri frutteti. Da non trascurare l’aspetto della sicurezza sul lavoro; in effetti i nuovi impianti con coperture antigrandine foto-selettive sono in grado di abbattere la componente ultravioletta dello spettro solare del 10-20%, riducendo il rischio del superamento della soglia giornaliera di radiazione UV ammessa per gli operatori in piena aria.
In conclusione, la ricerca della sostenibilità non è solo un’ambizione della potatura, ma è un dovere di tutta la filiera frutticola.


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