SINTOMI E STRATEGIE –

L’espansione di un insetto insidioso e difficile da combattere

Riconoscere per tempo il capnode delle drupacee

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Il capnode delle drupacee (Capnodis tenebrionis),
detto anche buprestide nero delle
rosacee, è un insetto che suscita preoccupazione
per le sue infestazioni sempre più
frequenti che, a partire dall’Italia meridionale,
stanno interessando le coltivazioni in buona
parte della Penisola italiana.

Nell’ultimo ventennio infestazioni del capnode
sono state segnalate su varie drupacee
(albicocco, susino, ciliegio, pesco) in Sicilia,
Basilicata, Puglia, Molise, Sardegna e, più
recentemente, Emilia Romagna e Veneto,
spesso in concomitanza con annate particolarmente
calde e con siccità estiva che ne
favoriscono l’aumento di popolazione.
Nelle fasi iniziali le infestazioni non sono facilmente
individuabili e spesso, quando si evidenziano,
i danni sono già molto gravi.
È importante, perciò, conoscere l’aspetto e
Riconoscere per tempo
il capnode delle drupacee
la biologia (vedi riquadro) di questo insetto in
modo da individuare i primi sintomi delle sue
infestazioni per poter effettuare interventi
efficaci di controllo.

I sintomi

La presenza in campo degli adulti si rileva non
appena le temperature cominciano a salire
in primavera e la pianta comincia a produrre
i nuovi getti sui quali si manifestano i primi
segnali della sua presenza con la comparsa
di erosioni corticali che possono interessare
anche le gemme, le branchette e i piccioli
fogliari con conseguente caduta al suolo di
foglie verdi. L’adulto, infatti, predilige alimentarsi
della parte del picciolo vicino la lamina
fogliare, provocando il distacco di quest’ultima
ma non del picciolo che rimane spesso
tronco sul germoglio.

Questa particolare defogliazione può essere
più facilmente individuata sia osservando i
rami che si stagliano contro il cielo, sia ispezionando
il terreno sotto la proiezione della
chioma, dove si accumulano le foglie cadute.
L’osservazione della rosicchiatura tra picciolo
e lamina confermerà con ogni probabilità
la presenza di adulti di capnode in alimentazione,
anche senza individuare gli insetti che
si nascondono tra la vegetazione.

Nei campi infestati è più probabile individuare
gli adulti sulle piante in precario stato vegetativo
poiché queste sono le più esposte all’attacco
del coleottero che, essendo termofilo
ed eliofilo, preferisce disporsi sulla parte
della chioma irradiata dal sole ed è probabilmente
attratto da segnali chimici emessi da
piante debilitate.

Nel periodo tardo estivo e autunnale, l’attività
trofica degli adulti, oltre le foglie, interessa
anche le gemme di cui l’insetto si ciba prima di affrontare l’inverno, provocando
la fuoriuscita di gomme soprattutto
su albicocco.

Le piante possono sopportare bene l’attività
trofica degli adulti se questa è limitata e
interessa piante in produzione, mentre ben
più gravi sono i danni provocati dalle larve
che si sviluppano all’interno delle radici e
del colletto compromettendo seriamente la
funzionalità del sistema conduttore dell’albero.
Le larve appena sgusciate dalle uova
cercano le radici e vi scavano caratteristiche
gallerie sottocorticali mantenendosi sotto il
livello del colletto. Le gallerie hanno sezione
ellittica, andamento tortuoso e sono intasate
da rosume ed escrementi compressi che
ricordano la segatura.

L’infestazione larvale, diversamente da quella
degli adulti, si manifesta dopo diverso tempo
attraverso sintomi aspecifici di “sofferenza
radicale” quali appassimento fogliare, disseccamento
di settori della chioma, emissione
di gomma su tronco e branche più grandi.
Oltre ai danni diretti, le gallerie delle larve
aprono la via a parassiti e patogeni, come i
funghi tellurici agenti di marciumi.

Negli impianti fortemente infestati, specie se
giovani, sono evidenti i sintomi dell’attività trofica
degli adulti e la diffusa moria delle piante.
Il capnode necessita solitamente di 2 anni
per compiere una generazione, in dipendenza
delle condizioni climatiche e della qualità
dell’ospite vegetale. Gli adulti trascorrono
l’inverno in ripari di fortuna e riprendono la
loro attività in primavera per accoppiandosi
con temperature di almeno 23-25° C. L’ovideposizione
inizia già a maggio e si protrae
fino a settembre, con punte massime in Italia
meridionale a inizio estate. Ciascuna femmina
può produrre oltre un migliaio di uova che
vengono deposte nel terreno circostante gli
alberi, a pochi millimetri di profondità e solitamente
fino a 50-60 cm di raggio. Le uova, lunghe
1,2-1,5 mm, sono biancastre ma ricoperte
di una sostanza collosa a cui aderiscono
le particelle di terra che le mimetizzano. Per
l’ovoposizione sono preferiti i terreni secchi
mentre condizioni di elevata umidità aumentano
la mortalità degli embrioni.

Le larve neonate, muovendosi nel terreno,
raggiungono una radice della pianta ospite
e vi penetrano, dando inizio all’escavazione
di gallerie prevalentemente sottocorticali. I
nuovi adulti emergono da fine luglio a settembre
e si portano sulla chioma delle piante
dove si alimentano abbondantemente per
poter accumulare riserve utili a svernare.

Il controllo

In Italia non sono stati osservati antagonisti
naturali del capnode in grado di contenerne
efficacemente la popolazione.

Purtroppo non è facile individuare precocemente
la presenza dell’insetto a basse densità
a causa della alla vita endofitica delle larve
e della mancanza di efficienti sistemi di monitoraggio.
Per la pericolosità del capnode sulle
giovani piante (2-3 larve sono sufficienti a uccidere
una piantina a 1-2 anni dal trapianto) e
la difficoltà di controllarlo efficacemente una
volta che si insedia, l’insetto è stato inserito
nella lista dei fitofagi “pregiudizievoli la qualità
del materiale vivaistico” (D.M. 14/4/1997).

Pertanto le piantine di vivaio certificate C.a.c.
(conformità agraria comunitaria) devono esserne
esenti per evitare precoci infestazioni.
A parte la raccolta manuale degli adulti, i frutticoltori
devono necessariamente adottare
un approccio integrato per il controllo di questo
insetto.

>>Mezzi agronomici.
Una corretta gestione
agronomica, soprattutto dell’irrigazione,
può diminuire la suscettibilità delle piante
e aumentarne la capacità di autodifesa (a
esempio con l’emissione di flussi gommosi
in reazione alle prime rosure delle larve neonate).
Il mantenimento di un buon tenore idrico
nei primi 10-20 mm di terreno, inoltre,
è in grado di abbassare significativamente la
percentuale di schiusura delle uova e di ostacolare
sensibilmente il movimento delle larve
sgusciate verso le radici. Per questo, nelle aree
infestate potrebbe essere preferibile ridisegnare
gli impianti irrigui con microirrigatori
capaci di bagnare l’intero filare, piuttosto che
ricorrere ai più efficienti gocciolatori.

Un altro importante accorgimento agronomico
è la rapida eliminazione delle radici degli
alberi infestati, morti o fortemente debilitati.
La diffusa abitudine di estirpare vecchi impianti
lasciando al sole per tutta l’estate le
ceppaie prima di distruggerle è assolutamente
da evitare perché gli adulti sfarfallati
si riversano in massa sui campi vicini.

>>Controllo chimico.
È rivolto essenzialmente
contro gli adulti poiché le larve sono
difficilmente raggiungibili nelle gallerie delle
radici, anche dai prodotti sistemici.
Attualmente l’unica sostanza attiva registrata
contro il capnode è lo spinosad (ammesso
anche in agricoltura biologica), sebbene
diversi insetticidi ammessi sulle drupacee
(esteri fosforici, neonicotinoidi, piretroidi)
possono avere una discreta efficacia per
ingestione. Il lungo periodo di attività degli
adulti (in pratica tutti i mesi più caldi dell’estate
e della primavera) imporrebbe un elevato
numero di interventi chimici, difficilmente
giustificabili per motivi economici, per i residui
sui frutti e per la sostenibilità ambientale.
Pertanto i trattamenti sono mirati contro
gli adulti in fase pre-riproduttiva (quando la
vegetazione è più contenuta) e quelli di nuovo
sfarfallamento a fine estate inizio autunno,
prima della stasi invernale. Gli adulti che
hanno superato l’inverno e quelli appena
sfarfallati hanno bisogno di nutrirsi abbondantemente
e, quindi, possono assumere
l’insetticida per ingestione. Soprattutto in
primavera alcuni trattamenti insetticidi realizzati
contro altri fitofagi possono risultare
efficaci anche verso il capnode. Sembra
che, ad esempio, gli eventuali trattamenti su
albicocco con il neonicotinoide thiacloprid
applicato contro anarsia (Anarsia lineatella)
o afidi possono influenzare negativamente
anche il capnode.

>>Controllo biologico.
La larva neonata
alla ricerca dell’ospite è lo stadio più
vulnerabile su cui occorre intervenire. I trattamenti
chimici sono poco efficaci mentre
buoni risultati possono essere ottenuti con l’applicazione al suolo di nematodi
entomoparassiti (es. Steinernema carpocapsae,
S. feltiae, Heterorhabditis bacteriophora
)
alcuni dei quali sono disponibili commercialmente
in Italia.

La distribuzione localizzata dei nematodi nel
terreno alla base dei tronchi, nei periodi di
massima schiusura delle uova (primavera e
tarda estate), consente di parassitizzare soprattutto
le larvette in fase di penetrazione e,
in minore misura, le larve già nel legno, grazie
alla discreta mobilità dei nematodi. Nel periodo
autunnale l’applicazione dei nematodi può
essere ripetuta nei frutteti in cui si è accertata
l’infestazione radicale, in modo da colpire
anche le larve nate più in ritardo.

Negli impianti dotati di microirrigatori i nematodi
possono essere distribuiti come una
normale fertirrigazione. In alternativa, si possono
preparare dei solchi ai lati della fila o delle
“conche” intorno al tronco in cui versare la
sospensione acquosa dei nematodi. E’ importante
che il terreno sia mantenuto umido
prima e dopo l’applicazione, per consentire ai
nematodi di essere trasportati e di muoversi
nell’acqua, alla ricerca degli ospiti.

Anche funghi entomopatogeni quali Beauveria
bassiana e Metarhizium anisopliae

hanno evidenziato una potenziale efficacia
nel combattere il capnode. Un metodo di
applicazione potrebbe consistere nell’eseguire
trattamenti al terreno con sospensioni
acquose contro le larvette neonate; un’altra
possibilità applicativa potrebbe consistere
nell’applicazione di fasce di resinato sul tronco,
imbrattate con una sospensione conidica,
mirata a infettare gli adulti neosfarfallati.
Questi, a causa delle temperature non sufficientemente
alte, difficilmente riescono a
volare e solitamente raggiungono i rami delle
piante arrampicandosi lungo i tronchi.

Nei periodi in cui le temperature non sono
molto alte (primavera e autunno) e nei frutteti
con vegetazione non molto sviluppata (es. i
giovani impianti), una buona tecnica “biologica”
è la cattura manuale degli adulti, che
sono poco mobili e praticamente incapaci di
volare con temperature non particolarmente
elevate. Una paziente e attenta ispezione delle
piante con sintomi di attività trofica (lamine
fogliari a terra, piccioli recisi e gomme a livello
delle gemme) può consentire di eliminare un
notevole numero di individui.

Il controllo del capnode, con i mezzi attualmente
disponibili, non è né semplice né risolutivo
ma buoni risultati possono essere
conseguiti individuando precocemente l’infestazione
e applicando per più cicli colturali
le buone pratiche agronomiche e trattamenti
mirati al contenimento degli adulti e delle larve,
in attesa che la ricerca metta a disposizione
strumenti più efficaci di monitoraggio
e di difesa.

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