SPECIALE PESCO –

Innovazione varietale e tecnologica sono i presupposti per reggere la concorrenza e continuare a fare impresa

Saranno i peschicoltori a salvare la futura peschicoltura

FR_14_07_pescheto_con_antigrandine

La coltura del pesco da tempo non è più sinonimo di frutticoltura da reddito, nemmeno nelle aree a più alta vocazione geografica. Nonostante i grandi progressi della tecnica e del miglioramento genetico, la filiera produttiva si scontra con le grosse carenze del sistema distributivo, che di anno in anno non riesce ad equilibrarsi col mercato, molto variabile e soggetto non solo alla concorrenza di Paesi mediterranei extraeuropei, ma anche a vari altri fattori: debolezza del sistema di offerta della nostra produzione, continua diminuzione dei consumi di frutta e delle pesche in particolare che risentono molto anche dell’andamento climatico estivo. Dunque, che fare?
Cominciamo col rilevare che la raccolta nel 2014 si è aperta con una-due settimane di anticipo, a partire dall’inizio di maggio, il che ha fatto sperare in una campagna più lunga, con meno sovrapposizione di epoche di maturazione, come era stato nel 2013.
I dati previsionali provenienti in aprile dal meeting Europech di Perpignano, e poi rettificati in maggio, erano concordi nell’affermare che nel 2014 l’Europa avrebbe prodotto l’11% in più di pesche rispetto allo scorso anno, a causa soprattutto degli incrementi di Spagna e Grecia, mentre per l’Italia la produzione sembra allineata con quella del 2013 e, come segno di relativa stabilità, persino con l’andamento degli ultimi cinque anni (Figg.1-4). La tabella 1 mostra, però, drammaticamente, che negli ultimi tre anni la superficie a pesco si è ulteriormente ridotta dal 15 al 30% nelle regioni più importanti (Emilia-Romagna -20%, Lazio -30%), segno che il livello produttivo è stato compensato con miglioramenti tecnici e aumenti delle rese produttive, fra cui l’entrata in produzione di nuove varietà e tipologie di impianti più efficienti.
Guai se non ci fossero stati questi fattori compensativi; sarebbe stata una quasi capitolazione, di fronte al crollo dei prezzi di campagna, verificatisi per la maggior parte del calendario stagionale e per molte annate nell’ultimo decennio (Fig. 5). Nonostante l’impegno posto dal sistema cooperativo, che controlla oltre il 50-60% della produzione di pesche nelle aree italiane più vocate, l’aggregazione del prodotto è apparsa insufficiente per strappare condizioni e prezzi ragionevoli alla GDO (che anche lo scorso anno si scontrò con le APO senza sottoscrivere alcun accordo per salvaguardare un prezzo minimo non inferiore al costo di produzione) e ai grandi gruppi di acquisto internazionali.
Nel pesco, per tante ragioni, è stato impossibile sfruttare anche i meccanismi aggregativi di filiera (vedi l’interprofessione), che hanno già dato prova di funzionare bene per il pomodoro e il kiwi, mentre sono stati da poco attivati per le pere. Per il pesco siamo quasi senza alcuna efficiente leva di intervento. Infatti, essendo soltanto quattro i Paesi mediterranei interessati alla produzione, sembrerebbe possibile studiare e confrontare le condizioni produttive e di mercato di ciascun Paese per mettere a punto disciplinari produttivi uniformi, standard merceologici omogenei, azioni di mercato congiunte a difesa del prezzo e degli interessi dei produttori. Purtroppo abbiamo assistito, in questo ultimo decennio, al fallimento dei buoni propositi, delle azioni comuni e delle speranze di cooperazione internazionale. Di fronte alle crisi ognuno ha fatto per sé, senza traccia di solidarismo, con le solite timide e insufficienti misure protettive europee. Abbiamo solo assistito a proclami e dichiarazioni poi rivelatisi inconsistenti.
Questa debolezza strutturale della produzione peschicola, organizzata e no, sconta anche l’impossibilità di ancorare qualità e tipicità col territorio, come è stato fatto ad esempio per le mele. Funzionano solo i marchi fidelizzanti di alcuni gruppi consortili privati che rispettano standard qualitativi di rilievo e supercertificazioni (sul piano internazionale). C’è purtroppo una specie di fallimento dei marchi IGP e DOP, di natura pubblica. Anche le regole della produzione integrata, che col 2014 sono divenute parte di un sistema di garanzie richieste dall’Europa, non sembrano determinanti né per riconoscere origine e qualità del prodotto, né per generare valore aggiunto. Basta girare in qualsiasi mercato o catena distributiva italiana per accorgersene. Si trova di tutto. Pochi rispettano le norme; forse perché la “pesca” è diventata una “commodity”, come sostengono gli esperti, che, nel mercato globale, non riesce a imporre sufficienti distinzioni.
Con le pesche, come sanno bene i tecnici, occorrerebbe invece ancorare il prezzo ad origine, varietà, qualità e stato di maturazione e conservazione del prodotto. Cosa debbono fare in più i produttori che non abbiano già fatto? Ma non abbiamo perso la speranza che le prospettive posano mutare, nonostante continuiamo ad osservare che anche i nomi delle singole varietà non sono rispettati o vengono volutamente cambiati nelle confezioni. Che tristezza!
Possiamo sperare che con la nuova OCM le nostre OP e APO possano aver miglior successo nell’aggregazione dell’offerta e nel controllo del mercato? Ne va di mezzo la salvaguardia delle aree di coltivazione del pesco, ora fortemente a rischio. Sarebbe comunque la prima volta che – malaugurata ipotesi – una coltura fallisce non per mancanza di aree colturali fortemente vocate né per insufficienze tecniche di prodotto o di processo, ma per l’incapacità di costruire una filiera che vada dalla produzione al mercato con responsabilità precise di tutti i soggetti. Bisogna salvaguardare investimenti, capacità e lavoro di tutti i protagonisti, far fronte al mercato e alle sue varianti, cioè “fare sistema”, come dicono i politici; e allora perché quanto fatto finora è stato insufficiente? L’OCM non doveva contribuire a superare i numerosi “gap” organizzativi già individuati da anni?
Chi si occupa di ricerca e sperimentazione sa che un’ancora di salvezza per la peschicoltura risiede nell’innovazione tecnica, di prodotto e di processo, che nell’ultimo decennio ha investito la coltura non meno di quelle di melo, pero e altre specie d’avanguardia. Partiamo dal miglioramento genetico: non solo disponiamo oggi per il 90% di varietà nuove, nettamente migliori di quelle di dieci-quindici anni or sono, varietà che consentono alle pesche di segmentare il mercato con una decina di tipologie (non solo con nettarine bianche e gialle per l’intera stagione, ma anche con pesche subacide, molto dolci, a lenta maturazione, a polpa consistente, persino croccanti); diverse anche per forma, come sono le piatte.
Tutto ciò potrà contribuire a fare risalire i consumi? Occorre modernizzare gli impianti e si spera che la nuova OCM possa incentivare l’abbattimento dei pescheti obsoleti, per sostituirli introducendo le nuove varietà (che dovranno confrontarsi comunque con quelle lente a morire del passato) e seguendo le più moderne modalità di gestione dei frutteti per aumentarne l’efficienza produttiva nel rispetto delle norme di “sostenibilità ecologica”. Queste investono alcuni settori scientificamente dipendenti, nel senso che dalla densità di impianto alle forme di allevamento e potatura, dalla fertirrigazione alle tecniche di difesa integrata e biologica, fino al controllo della maturazione per il raggiungimento in pre- e post-raccolta di un’alta qualità dei frutti ci si potrà avvalere di metodologie messe a punto in questi anni da istituti di ricerca e centri sperimentali (molti dei quali italiani) basati, per ogni processo, su sistemi di monitoraggio con sensori biologici, fisici, elettronici capaci di essere gestiti in reti interattive fra tecnici, studiosi e produttori. Il pesco, dunque, può rimanere una coltura d’avanguardia e adottare misure di precisione in tutte le operazioni colturali. E tutto ciò dovrebbe contribuire a contenere o ridurre i costi, sempre troppo alti senza economie di scala.
La nuova peschicoltura è destinata a riprendere fiato e competere con tutti gli altri comparti produttivi solo se saprà compiere questo grande salto qualitativo. I peschicoltori, se vogliono, saranno essi stessi a salvare la peschicoltura. Speriamo che il sistema commerciale, cioè l’altra importante parte della filiera, prenda atto di questa grande trasformazione e si renda portatore dei contenuti e dei valori di una produzione che non teme di competere efficacemente sui mercati internazionali.

Allegati

Scarica il file: Saranno i peschicoltori a salvare la futura peschicoltura

Pubblica un commento