Speciale Actinidia –

L’actinidia sta attraversando un periodo problematico: il cancro batterico causato da PSA rappresenta il più grave problema che ha colpito la specie sin dalla sua introduzione nel nostro Paese

Situazione difficile, ma ne usciremo!

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L’impatto è stato fortissimo, in alcune regioni devastante. Nella zona di Latina, ad esempio, dove la varietà Hort16A (Zespri Gold®), una delle più sensibili, era diffusamente coltivata, la PSA ha colpito duramente e diversi impianti sono stati abbattuti. La batteriosi è comparsa anche in altre regioni e, purtroppo, anche le altre varietà coltivate sono state interessate dal patogeno, sia appartenenti alla specie Actinidia chinensis, sia ad A. deliciosa. Va peraltro detto che le misure messe in atto dai diversi Servizi Fitosanitari Regionali hanno sortito effetti positivi: gli agricoltori sono ora informati ed allertati, vengono fatte operazioni periodiche di pulizia negli impianti e viene praticata nella maggior parte degli impianti una difesa fitosanitaria che, pur non risultando capace di eradicare la malattia, contribuisce a ridurre la pressione del batterio sulle piante. Fortunatamente, la coltivazione dell’actinidia è essenzialmente basata sulla cv Hayward, che è risultata una delle meno suscettibili alla batteriosi. Il recente incontro dell’International Kiwifruit Organization ha ribadito che l’Italia rimane il primo Paese produttore di actinidia dopo la Cina, la quale sta aumentando sia gli ettari (coltivando anche le varietà come Hayward che sino ad ora non avevano fatto parte del loro standard varietale), sia le rese per ettaro, ancora contenute, ma prevedibilmente in aumento grazie al miglioramento in atto nelle pratiche colturali. L’Italia detiene quindi un primato che deve essere mantenuto e sostenuto. Le preoccupazioni che la batteriosi ha portato tra gli addetti ai lavori non debbono determinare uno stato di scoramento e di impotenza immaginando cupi scenari in un prossimo futuro. L’eradicazione della specie nel nostro Paese, ed in alcune regioni italiane in particolare, è irreale; l’actinidia è una coltura strategica in diverse aree e la sua scomparsa determinerebbe anche un importante danno all’indotto che gravita attorno alla specie. Gli agricoltori non debbono sentirsi abbandonati perché non lo sono; il recente Simposio svoltosi in Nuova Zelanda, il primo sul cancro batterico organizzato dallo specifico gruppo di lavoro che il sottoscritto e Chris Hale hanno richiesto ed ottenuto in ambito ISHS, ha riunito oltre 150 studiosi provenienti da tutte le parti del mondo; questi hanno condiviso i risultati delle loro ricerche volte ad aumentare le conoscenze sul batterio Pseudomonas siryngae pv actinidiae, ad individuare i punti deboli della PSA e a validare possibili cure e metodi di contenimento. Sono stati dibattuti in Nuova Zelanda i metodi agronomici e chimici per contenere la pressione del batterio affinché sia possibile convivere con lo stesso. Volendo fare un paragone con il “colpo di fuoco batterico” delle pomacee, le preoccupazioni che oggi abbiamo sulla PSA somigliano molto a quelle che una quindicina di anni fa destava l’Erwinia amylovora che nei primi anni della sua comparsa determinò l’abbattimento di diversi impianti di pero. Ancora oggi coltiviamo pere e mele ed abbiamo imparato a convivere col “fire blight”; lo stesso accadrà per l’actinidia. Non va inoltre dimenticato che un numero sempre maggiore di varietà si sta introducendo nelle nostre zone di coltura; lo standard varietale non si basa più solamente su pochissime cultivar (Hayward e Hort16A) appartenenti alle due specie (A. deliciosa e chinensis) perché molte altre cultivar sono state introdotte ed altre sono in arrivo. Alcune di queste sono accreditate di una minore suscettibilità alla batteriosi e questo fa ben sperare. Inoltre, molti ricercatori sono attualmente impegnati in programmi di miglioramento genetico dove la priorità è divenuta la “resistenza” alla batteriosi, aspetto che sino ad ora non era stato considerato. Le specie di actinidia sono numerosissime, oltre 75 taxa (54 specie, 21 varietà), alcune di queste sembrano caratterizzate da resistenza alla malattia, come ad esempio A. arguta, una specie che sicuramente sarà presa frequentemente in considerazione come parentale nei futuri programmi di “breeding”. L’Italia ha messo in atto una serie di misure atte a controllare la diffusione della batteriosi: azioni di monitoraggio degli impianti e dei vivai, controllo delle piante e delle partite di polline importato per le operazioni di impollinazione integrativa; obbligo per le piante ed il polline destinato alla produzione di possedere un passaporto fitosanitario; realizzazione di disciplinari e di buone pratiche agronomiche per contrastare la malattia; abbattimenti e risarcimenti agli agricoltori sono stati messi in atto dalle Regioni e dai Servizi Fitosanitari. Sono anche stati finanziati, sin dalla comparsa della malattia, diversi programmi specifici di ricerca a livello regionale che hanno goduto di un impegno finanziario sempre più importante e, recentemente, un importante progetto europeo – “DroPsa” – che vede coinvolti ben 25 differenti istituzioni di ricerca europee ed extra-europee, è stato finanziato dall’Ue; per il nostro Paese vi partecipano l’Università di Bologna, il Consiglio per la Ricerca e Sperimentazione in Agricoltura, l’Università di Padova. L’impegno e l’elevato numero di ricercatori che stanno lavorando nel mondo per contrastare la malattia a livello planetario (significativo il motto “letsbeatpsa” = “battiamo la Psa” che in Nuova Zelanda abbiamo visto sulle presentazioni dei colleghi) e la vicinanza delle diverse Istituzioni con responsabilità di controllo della malattia ci devono convincere che continueremo a mangiare frutti di actinidia anche in futuro.

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