Sostenibilità: obiettivi giusti, ma tante le criticità per la filiera

L’opinione pubblica chiede rispetto dell’ambiente, sicurezza alimentare, risparmio energetico. La distribuzione commerciale gioca le stesse carte a suo vantaggio e il mondo politico non è da meno nel richiedere sempre nuovi adempimenti. Chi pensa realmente al ruolo, alla tutela e alla redditività dei coltivatori?


Sostenibilità

Sono già passati alcuni anni da quando tutti, agricoltori, operatori del settore, consumatori e cittadini hanno sentito il termine “sostenibilità”, in particolare nella filiera agroalimentare. Gli indirizzi della Ue, ma anche quelli declinati seppur in modo diverso a livello mondiale, iniziarono a inondare con tutti i mezzi legislativi e di comunicazione disponibili, tutte le varie figure coinvolte nella filiera sull’esigenza di dar vita a percorsi rivolti a:
• un maggior rispetto ambientale, per preservare e tutelare il territorio, riducendo l’effetto degli imput tecnologici connessi al processo produttivo;
• una maggior coscienza in materia di sicurezza sul lavoro, in particolare quando afferente all’impiego di macchine e mezzi tecnici;
• un sensibile risparmio energetico, soprattutto con innovazioni nel campo delle energie rinnovabili (quindi riduzione delle emissioni in atmosfera dovute a quelle d’origine fossile);
• eliminare ogni spreco, recuperando, riciclando, smaltendo “in modo adeguato” oppure creando energia da fonti ritenute di “scarto”;
• un maggior rispetto del lavoro umano (quindi maggior “coscienza etica”), che se incline allo sfruttamento dell’uomo, permette poi vantaggi competitivi di mercato inaccettabili.
Tutti questi indirizzi, vale la pena dirlo, hanno inizialmente creato parecchi interrogativi nel cittadino e anche negli operatori dei vari settori produttivi e di servizio (vedi anche quelli del mondo agricolo), a tal punto che sono stati più veloci a “cavalcare” i nuovi obbiettivi quelli che vivono indirettamente a “latere” del mondo produttivo rispetto gli addetti stessi, sui quali sono direttamente caduti i compiti di “cambiar vita”. Succede sempre così: quando le innovazioni di indirizzo si rendono necessarie è più facile che viaggino veloci quelli che ne devono decantare i vantaggi (anche a fini commerciali), rispetto a quelli che ne devono applicare processi e mezzi.
Quanto detto, per affermare che nel settore dell’ortofrutta la prima cosa che si è dovuta fare, è stata quella di tradurre in parole povere agli addetti ai lavori cosa fosse in termini operativi l’”agricoltura sostenibile”. Tre i riferimenti fondamentali riassuntivi, che più volte abbiamo citato anche in questa Rivista:
• tecniche, tecnologie e processi di “basso impatto ambientale”, compreso riduzione dei consumi energetici, recupero di scarti e riciclaggio, smaltimento razionale e non impattante sull’ambiente;
• sicurezza alimentare e del lavoro, compreso il rispetto per il lavoratore e i cittadini come consumatori;
• redditività delle aziende agricole, visto che viene richiesto all’agricoltore di essere tutore e gestore del territorio, specialmente nelle aree considerate marginali.
A questo punto vediamo i settori di maggior impegno, dove sono già entrate anche applicazioni di norme inerenti il raggiungimento degli obbiettivi suddetti e che hanno ancora “varie criticità” nella fase applicativa per perseguire gli indirizzi stabiliti. Criticità spesso dovute a scollamento (anche tecnico) fra chi stabilisce processi applicativi (magari a norma di legge) e chi li deve applicare, vale a dire l’agricoltore. Quest’ultimo oggi non è impermeabile agli obbiettivi indicati, anzi è piuttosto favorevole e partecipativo, ma con giudizio. Occorre che sia messo nella condizione di operare “con senso reale”, con adempimenti comprensibili ed applicabili, ricavando anche un reddito che gli permetta di proseguire nella sua attività. Attività oggi diventata “multiforme” e “ polifunzionale” come si può ampiamnete constatre vivendo il settore dall’interno.

Leggi l’articolo completo su Frutticoltura n. 3/2017 L’Edicola di Frutticoltura


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