Troppe barriere per l’export verso nuovi mercati


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La vocazione produttiva del nostro Paese in campo ortofrutticolo pone da sempre la filiera al primo posto tra le voci dell’agroalimentare per volumi e valore delle esportazioni. Il trend degli ultimi anni mette in evidenza una crescita delle nostre esportazioni, che nel 2015 hanno rappresento circa 8 Mld € tra prodotti freschi e trasformati.
La frutta fresca, col 40%, seppur di poco superiore a quella trasformata (39%), rappresenta la principale voce dell’aggregato; seguono a distanza gli ortaggi (17%), mentre un contributo limitato è dato da agrumi, patate e legumi.
Questi importanti valori relativi all’export fanno della filiera italiana una delle poche a registrare un saldo positivo della bilancia commerciale, cui contribuisce particolarmente il settore dei conservati coi trasformati a base di pomodoro, seguiti da frutta fresca e ortaggi. Solo gli agrumi presentano un saldo negativo.
Con riferimento ai prodotti frutticoli, le produzioni capaci di conquistare i mercati esteri sono in ordine di importanza le mele, l’uva da tavola, il kiwi, pesche e nettarine e pere. I trend degli ultimi anni hanno messo in evidenza una flessione di capacità di penetrare i mercati esteri da parte di pesche e nettarine e uva da tavola e una buona crescita per mele, kiwi e pere. Altro elemento che ultimamente sta caratterizzando le esportazioni di frutta è legato alla capacità dei nostri operatori di conquistare sempre nuovi mercati. Si sta infatti registrando una crescita costante del peso dei Paesi extra Ue, arrivati a rappresentare circa un quarto dei volumi esportati, rispetto al mercato europeo.
I problemi dell’export extra Ue
Il commercio coi Paesi extra Ue presenta, tuttavia, diversi gradi di complessità che vanno attentamente valutati e affrontati con le più opportune strategie. Innanzi tutto, la necessità di disporre di un’organizzazione commerciale specializzata capace di presidiare il mercato di destinazione finale, di conoscerne le caratteristiche e la struttura dei consumi. Altra variabile di non poco conto è data dal cosiddetto “rischio Paese”, per l’affidabilità economica del mercato di destinazione: il quadro economico e sociale mondiale ci ha riservato non poche sorprese con mercati che da un momento all’altro si sono chiusi. L’investimento più rilevante gli operatori italiani lo avevano certamente intrapreso con la Russia che, dal 2014, ci sta opponendo un pesante embargo, particolarmente penalizzante per l’ortofrutta.
Barriere tariffarie
Altro provvedimento che mira a proteggere le produzioni locali rispetto a quelle di importazione è dato dai dazi doganali, rispetto ai quali gli accordi sul commercio mondiale e quelli bilaterali sul libero scambio, nell’ultimo ventennio, ne hanno progressivamente ridotto il peso. Per i governi le aree di libero scambio rappresentano generalmente un’opportunità di crescita economica, ma non mancano anche nello scenario attuale ritorni al protezionismo o, comunque, desideri di chiudersi all’interno del proprio Paese. Vedremo cosa accadrà dopo la “Brexit” e se le lobby dei produttori di mele inglesi imporranno dazi per proteggersi dalle importazioni dei Paesi europei.

Leggi l’articolo completo su Frutticoltura n. 9/2016 L’Edicola di Frutticoltura


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